La giuria della 63. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica

Tutti i nomi dei giurati

Juan José Bigas Luna, Paulo Branco, Cameron Crowe,
Chulpan Khamatova, Park Chan-wook, Michele Placido
nella Giuria internazionale di Venezia 63. presieduta da Catherine Deneuve
.

Il Cda della Biennale di Venezia, presieduto da Davide Croff, ha approvato la proposta del Direttore della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica Marco Müller, sulla composizione della Giuria internazionale di Venezia 63 presieduta da Catherine Deneuve, che assegnerà i Premi ufficiali nell’edizione che avrà luogo dal 30 agosto al 9 settembre.
Le personalità del cinema mondiale chiamate a far parte della Giuria di Venezia 63. sono: il regista e sceneggiatore spagnolo Juan José Bigas Luna, il produttore portoghese Paulo Branco, il regista, produttore e sceneggiatore statunitense Cameron Crowe, l’attrice russa Chulpan Khamatova, il regista e sceneggiatore coreano Park Chan-wook, l’attore e regista italiano Michele Placido, oltre alla grande attrice francese Catherine Deneuve (presidente), il cui nome è stato annunciato nei giorni scorsi.
La Giuria assegnerà per i lungometraggi della sezione Venezia 63, senza possibilità di ex-aequo, oltre al Leone d’Oro per il miglior film, anche il Leone d’Argento per la migliore regia, il Premio Speciale della Giuria, la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, il Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente, l’Osella per il miglior contributo tecnico, l’Osella per la migliore sceneggiatura.

Note biografiche dei componenti della giuria Venezia 63:

Juan José Bigas Luna (Spagna). Regista, sceneggiatore e pittore, nato a Barcellona nel 1946, è fra le figure più interessanti e conosciute del cinema post franchista, portando alla ribalta nella nuova Spagna la tematica proibita del desiderio. Dopo aver lavorato nel giornalismo, ha un esordio fulminante nel cinema con La chiamavano Bilbao (Bilbao), pellicola già di stile sicuro, caratterizzata dal complesso e aspro romanticismo, che descrive con umanità i turbamenti di un maniaco ossessionato da una spogliarellista. Il tema della perdizione, trattato con toni surreali e sensuali, è al centro anche dei lavori successivi, cosceneggiati con Cuca Canals, dove domina sempre l’amore, che la fantasia traduce in passione e la vita in sofferenza. La sua è una lunga serie di moderni personaggi autodistruttivi, soprattutto femminili, consumati dalla forza del desiderio liberato e fuori controllo. Così accade in Lola (1985), melodramma sadomaso con Angela Molina, e in Le età di Lulù (Las edades de Lulù, 1990), successo internazionale che lancia Francesca Neri, giovane donna moderna, progressivamente in balia delle passioni. Il potere distruttivo della gelosia è il tema di Prosciutto prosciutto (Jamón, jamón, 1992), commedia con Penélope Cruz e Stefania Sandrelli premiata col Leone d’Argento alla Mostra di Venezia. Mentre in Le uova d’oro (Huevos de oro, 1993) si assiste all’ascesa e caduta di un maschilista (Javier Bardem), che si riduce all’impotenza. Bigas Luna ottiene un nuovo riconoscimento a Venezia nel 1994, dalla giuria presieduta da David Lynch, con l’Osella d’Oro per la sceneggiatura a La teta y la luna, che indaga la sessualità pregenitale, ed è ancora al Lido nel 1996 col discusso Bambola, interpretato da Valeria Marini. Fedele a se stesso, trova sovente ispirazione dalla letteratura per le proprie ossessioni: nel 1997 con L’immagine del desiderio (La femme de chambre du Titanic, premio Goya per la sceneggiatura), da un romanzo di Didier Decoin, sul disperato innamoramento di un uomo maturo per una cameriera conosciuta sul Titanic; con Volavérunt (1999), da Antonio Larreta, sulla vita del pittore Goya all’epoca della sua “Maja desnuda”; con Son de mar (2001), da Manuel Vicent, variante sul mito di Ulisse e del suo ritorno alla donna amata. Il nuovo film di Bigas Luna, atteso per la fine del 2006, è la commedia Yo soi la Juani, con Verónica Echegui.

Paulo Branco (Portogallo). Produttore, nato a Lisbona nel 1950, è uno dei massimi artefici della rinascita del cinema portoghese dopo la “rivoluzione dei garofani” (che nel 1974 pone fine alla dittatura Caetano) e, con più di 200 film prodotti dal 1979 (anche in Francia, Germania, Gran Bretagna) di alcuni dei più grandi registi – di cui ben 80 film presentati ai festival di Venezia e Cannes – è una delle figure più importanti del cinema europeo d’autore. Per tutto questo arco di tempo è stato il produttore delle opere di Manoel de Oliveira, Leone d’Oro alla carriera alla Mostra di Venezia 2004, in un dialogo progettuale costante e creativo con questo maestro. Fra i molti titoli della loro collaborazione, per ricordarne solo alcuni dei più significativi, Amore di perdizione (Amor de Perdiçao, 1979), il celebre Francisca (1981, rivelazione della Mostra di Venezia di quell’anno), Le soulier de satin (O sapata de setim, 1985, Leone d’Oro speciale a Venezia), I cannibali (1988), A Divina Comédia (1991, Gran Premio Speciale della Giuria a Venezia), La valle del peccato (Vale Abraão 1993, Menzione Speciale a Cannes), Party (1996) A carta (La lettera, 1999, Premio Speciale della Giuria a Cannes). Ma Branco negli anni realizza, produttivamente e artisticamente, pellicole di altri capofila del cinema portoghese, da João Botelho (Conversazione conclusa fra Pessoa e Sa-Carneiro, 1980; Très Palmeiras, 1994, O Fatalista, 2000, in concorso a Venezia), a João César Monteiro (Silvestre, 1980), fino a Pedro Costa (Casa de Lava, 1995). Attivissimo nelle produzioni internazionali di prestigio, stabilisce un asse importante con il cinema francese, dove produce con la sua Gemini Films opere di Raoul Ruiz (il recente Klimt, 2006, nel cast John Malkovich), Olivier Assayas, Cédric Khan, André Téchiné, Andrzej Zulawski; con la Germania, dove lavora con Peter Handke, Werner Schroeter e soprattutto Wim Wenders. Di questo regista riesce ad attirare in Portogallo le produzioni di Lo stato delle cose (Der Stand der Dinge, 1982, Leone d’Oro a Venezia) e Lisbon Story (1994), realizzando anche Fino alla fine del mondo (Bis ans Ende der Welt, 1991). Al di fuori del panorama portoghese, francese e tedesco lavora con altri maestri quali la belga Chantal Akerman, lo svizzero Alain Tanner, l’americano Robert Kramer, il lituano Sharunas Bartas, di cui produce Few of us, 1996; Freedom, 2000; e Seven Invisible Men, 2005. Ha formato in Portogallo una scuola di tecnici portoghesi di fama internazionale. Attualmente ha una quindicina di titoli in lavorazione, fra i quali America di Jerzy Skolimovski e The Inner Life of Martin Frost di Paul Auster.


Cameron Crowe (Stati Uniti)
. Regista, produttore e sceneggiatore, nato nel 1957 a Palm Springs (California), è fra le personalità più originali della nuova generazione dei cineasti Usa. Inizia una carriera da enfant prodige nello spettacolo a 16 anni, come critico rock della prestigiosa rivista “Rolling Stone”, intervistando leggende come Bob Dylan, Eric Clapton, Neil Young, Black Sabbath, Led Zeppelin, e questa esperienza precoce caratterizzerà il suo lavoro successivo, sempre attento alla scena musicale contemporanea, con una cura particolare per le colonne sonore. A 22 anni scrive un romanzo che diventa la sceneggiatura di Fuori di testa (Fast Times at Ridgemont High, 1982), di Amy Heckerling, commedia adolescenziale di culto che lancia attori come Sean Penn, Jennifer Jason Leigh e Nicolas Cage. I travagli dei teen-ager segnano anche le sue prime regie, di cui è anche produttore, Non per soldi…ma per amore (Say Anything…, 1989), e soprattutto Singles (1992), con Matt Dillon e Bridget Fonda, nuovo cult-movie generazionale. Il film cattura sul nascere il fenomeno socio-musicale grunge, descrivendo in modo realistico e vivace la giovane Seattle dei gruppi Pearl Jam, Mudhoney, Soundgarden. Quindi entra in associazione produttiva con Tom Cruise, che dirige in Jerry Maguire (1996), commedia sul “dietro le quinte” del management televisivo, successo di pubblico, nominato all’Oscar come miglior film e migliore sceneggiatura. Nel 1999, confermando la sua particolarità, Crowe dà alle stampe un saggio-intervista dedicato a Billy Wilder, Conversation with Wilder. Torna alla regia su temi personali con Quasi famosi (Almost famous, 2000), dove racconta praticamente se stesso, un adolescente che va a San Diego a intervistare i Black Sabbath, occasione per descrivere con la consueta vivacità sociologica la musica degli anni ’70 (il film ottiene il Premio Oscar per la sceneggiatura). Rinnova quindi il sodalizio con Cruise, dirigendolo in Vanilla Sky (2001), reinterpretazione hollywoodiana del dramma fanta-esistenziale Abre los ojos di Alejandro Amenàbar, con la “firma” di una colonna sonora che include i Rem e Peter Gabriel. E’ del 2005 Elizabethtown, originale commedia post-adolescenziale, con dialoghi perfetti e duetti fulminanti fra Orlando Bloom e Kirsten Dunst, presentata con successo l’anno scorso fuori concorso alla Mostra di Venezia.

Chulpan Khamatova (Russia). Attrice, nata nel 1975 e cresciuta a Kazan, la capitale della Repubblica Tatarstan – una delle più importanti della Federazione Russa – da una famiglia multietnica di ingegneri (padre tataro-musulmano, madre ebrea), è una delle interpreti più conosciute e di talento del cinema, della televisione e del teatro in Russia e in Germania. Nel 2004, nemmeno trentenne, insignita dal Presidente Vladimir Putin del titolo di “Artista Emerita della Federazione Russa”. Ma può essere ormai considerata la massima star del cinema dell’Est europeo, sempre più nota anche in Occidente, dopo ruoli apprezzati dalla critica e dal pubblico quali la travolgente ragazza di Samarcanda Mamlakat in Luna Papa (1999) di Bakhtyar Khudojnazarov, presentato nella Sezione Sogni e Visioni a Venezia; la nurse russa Lara nel pluripremiato Good bye, Lenin! (2002) di Wolfgang Becker; o l’altolocata Anitsa, nella San Pietroburgo del 1914, del recente Garpastum (2005) di Aleksei German jr., in concorso l’anno scorso a Venezia. Il suo nome, Chulpan, significa “stella nascente” nella lingua del suo Paese, il Tatarstan. Dopo studi iniziali di matematica ed economia, decide di entrare alla Scuola di Teatro di Kazan. I suoi insegnanti la incoraggiano a proseguire la sua formazione a Mosca, e Chulpan entra all’Istituto di Stato delle Arti Teatrali. Al terzo anno già inizia a lavorare nel cinema, scelta per il film di Vadim Abrashitov Vremya Tantsora (1998). Ma si impone all’attenzione internazionale in Luna Papa (1999), opera terza del talentuoso regista tagìco Khudojnazarovn. E’ un successo per lei a Venezia nel ruolo turbinoso di Mamlakat, la giovane aspirante attrice di un’eccentrica famiglia di Samarcanda, sedotta e rimasta incinta in una notte di luna piena da un sedicente attore. Chulpan attraversa questa interpretazione ridendo e ballando, esprimendo una dirompente sete di vivere e sognare. La sua carriera prosegue in Germania, confermando il suo talento particolare gesticolando selvaggiamente nella fiaba surreale Tuvalu (1999) di Veit Helmer. E’ quindi Yelena in un’altra storia di viaggio, England! (2000), peregrinazione di un giovane ucraino sconvolto da Chernobyl, diretta del tedesco Achim von Borries, che sarà sceneggiatore di Good bye, Lenin! (2003) di Wolfgang Becker, il film che rivela ulteriormente la Khamatova. Qui, alternando in modo affascinante il suo tipico personaggio di giovane sognatrice a quello di donna più matura, fa girare la testa al protagonista Daniel Brühl, sostenendo uno degli aspetti forti di questa popolarissima satira sulla Germania dell’Est. E’ anche una moderna videoartista nella commedia tedesca Solo per il successo (Viktor Vogel-Commercial Man, 2001) di Lars Kraume, e poi una prostituta con un figlio problematico nella Vienna fin-de siécle in Uhrensohn (2004) dell’austriaco Michael Sturminger. Confermando la sua versatilità, interpreta la donna della buona società di San Pietroburgo, che nel 1914 aiuta i ragazzi della squadra di calcio di Garpastum (2005) di Aleksei German jr, film che strappa un applauso record del pubblico della Sala Grande alla Mostra di Venezia. Chulpan Khamatova ha lavorato quest’anno in ben tre produzioni, il thriller fantascientifico russo Mechenosets di Filipp Yankovsky, la commedia austriaca Midsummer Madness di Alexander Hahn, e il sentimentale russo The Rainbowmaker di Nana Dzhordzhadze.

Park Chan-wook (Corea del Sud). Regista e sceneggiatore, nato a Seul nel 1963, è uno dei talenti più significativi del nuovo cinema coreano, grande protagonista nei festival internazionali. Park ama raccontare che il film che gli ha cambiato la vita è stato La donna che visse due volte (Vertigo) di Hitchcock, visto alla fine del liceo, e punto di partenza, dunque, del suo cinema della crudeltà e della sofferenza. Studia filosofia all’Università di Sogang, dove fonda un cineclub e sviluppa un forte interesse per la teoria e la critica del cinema. Pubblica diversi saggi e articoli, e dal 1988 lavora sui set, svolgendo i compiti più diversi. Diventa primo aiuto regista di Kwak Jae-young, e nel 1992, con l’appoggio produttivo di un amico, debutta nella regia con Moon Is the Sun’s Dream (Dal-eun …haega kkuneun kkum), di cui è anche sceneggiatore. Costretto ad aspettare cinque anni prima di tornare sul set, nel 1997 dirige Trio (Saminjo), orientato su toni comici, in un contesto però sociale. Il film si fa notare dalla casa di produzione Myung Films, che propone a Park di curare l’adattamento del romanzo di Park Sang-yun DMZ. Nasce così il giallo politico JSA – Joint Security Area (Gongdong Gyeongbi Guyeok JSA, 2000), storia dell’omicidio di due guardie della Corea del Nord, dal ferimento di una terza ad opera di un soldato del Sud, e dell’impossibile riconciliazione tra le due metà separate. Il film è un grande successo in patria e al Festival di Berlino 2001. Così nel 2002 Park riesce a trovare i finanziamenti per un progetto a cui lavorava da cinque anni, Sympathy for Mr. Vengeance (Boksuneun naui geot, 2002). Definito dallo stesso regista un omaggio a La vendetta è mia (Fukushû suruwa wareniari, 1979) di Imamura Shohei, concepito per simboleggiare il conflitto di classe in Corea in seguito alla divisione tra Corea del Nord e del Sud, il film per il suo stile estremo divide il pubblico coreano, ma diventa un cult presentato in numerosi festival internazionali. L’anno seguente dirige Oldboy (2004), tratto dall’omonimo fumetto giapponese scritto da Garon Tsuchiya e disegnato da Nobuaki Minegishi. Nel film, storia di un uomo rapito e chiuso senza saperne il motivo in una stanza per 15 anni, ma che alla fine riesce a uscire, Park mette a fuoco la sua idea di vendetta come valvola di sfogo della rabbia repressa verso l’iniquità sociale in Corea. Oldboy vince nel 2004 il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes (il riconoscimento più prestigioso mai ricevuto prima da un’opera coreana nei festival occidentali). Successivamente, Park prende parte al film collettivo Three… Extremes (Saam gaang yi, 2004) – insieme a Fruit Chan e Miike Takashi – invitato nel 2004 alla Mostra di Venezia nella sezione Mezzanotte, realizzando l’episodio Cut, che prosegue la ricerca di Park sul tema della vendetta, stavolta sullo sfondo di un set cinematografico. Nel 2005 porta a termine, con Sympathy for Lady Vengeance (Chinjeolhan geumyassi), in concorso alla Mostra di Venezia (dove vince il premio “Cinema Avvenire” e “Il Leoncino d’oro”), quella che lui stesso definisce la “trilogia della vendetta”, elaborando un’idea più complessa e sottile, dove la rivalsa è l’occasione di una vera e propria redenzione e purificazione. Ha in lavorazione I’m a Cyborg, But That’s Ok (Saibogujiman kwenchana), e in progetto per il 2007 il film di vampiri Evil Live (Bakjwi, 2007), di cui è anche produttore.


Michele Placido (Italia)
. Si colloca fra i protagonisti più apprezzati e popolari del cinema italiano d’oggi, con la sua duplice attività di attore e regista. Dopo gli studi all’Accademia d’Arte Drammatica, fa il suo esordio a teatro nel 1970 con Luca Ronconi, nell’Orlando Furioso, e sul palcoscenico lavora, tra gli altri, con Patroni Griffi e Strehler. Nel 1973 debutta al cinema in un ruolo di fianco in Teresa la ladra di Carlo Di Palma. Ma la sua recitazione personale ed eclettica, capace di svariare dai toni intensi a quelli dimessi, si fa pienamente notare in Romanzo Popolare (1974), diretto da Mario Monicelli, nella parte del giovane poliziotto innamorato di Ornella Muti. Sarà quindi Marco Bellocchio a imporlo come attore drammatico, in Marcia trionfale (1976), per cui ottiene un David speciale, e quindi in Salto nel vuoto (1980), mentre accumula prove di rilievo anche con Comencini, Ferreri, Lizzani, Squitieri, Samperi (Ernesto, 1979, miglior attore a Berlino) e Rosi (Tre fratelli, 1981). Una nuova svolta nella sua carriera si ha nel 1984, con il ruolo del commissario Cattani nella fortunata serie tv La piovra di Damiano Damiani. Diventa così uno degli attori italiani più richiesti, continuando a offrire vibranti interpretazioni al cinema, come il maestro del carcere minorile in Mery per sempre (1989) di Marco Risi. Nel 1990 si cimenta nella regia con Pummarò, sul tema degli immigrati, e sarà l’ispirazione civile, insieme all’indagine psicologica, a caratterizzare le sue prove da regista: dal delicato e riuscitissimo Le amiche del cuore (1992), sul tema dell’incesto che tocca tre ragazze di borgata, a Un eroe borghese (1995, Premio Speciale David di Donatello), sull’assassinio dell’avvocato Ambrosoli, a Del perduto amore (1998), intenso ritratto della maestra Giovanna Mezzogiorno in un paesino del Sud. Viene invitato in concorso a Venezia per i successivi Un viaggio chiamato amore (2002, Coppa Volpi a Stefano Accorsi), e Ovunque sei (2004). Nel 2005 ottiene un grande successo con Romanzo criminale, tratto dal best seller di Di Cataldo, vincitore di otto David e di cinque Nastri d’Argento. Prosegue parallelamente la sua fortunata e variegata carriera di attore, che va dal losco faccendiere de Lamerica (1994) di Gianni Amelio, all’angosciato padre operaio di Padre e figlio (1994) di Pasquale Pozzessere, fino alla gigionesca e già memorabile prova dell’attore cialtrone e donnaiolo de Il caimano di Nanni Moretti. Nel 2006, i suoi prossimi film sono La sconosciuta di Giuseppe Tornatore, e Le rose del deserto di Mario Monicelli.