“La madre” del Teatro Elicantropo: la consapevolezza è negli occhi

Cerciello, Villa e la compagnia, da Napoli al 99Posti con il Brecht più nascosto

La madre fa parte di quei testi del teatro didattico di Bertolt Brecht che raramente vengono rappresentati. Tratta dal romanzo di Maxim Gorkij e scritta nel primo biennio degli anni ’30, la storia è incentrata sul percorso di crescita e consapevolezza politica che porta la protagonista femminile, Pelagia Vlassova, ad essere a capo del corteo nella Rivoluzione d’Ottobre del 1918. Proprio lei che, all’inizio della pièce, aveva accettato solo per amore del figlio di essere coinvolta negli eventi rivoluzionari della Russia zarista del 1905.

Pelagia infatti, già vedova di un operaio, è mamma di un altro operaio, Pavel. È un’analfabeta che agogna una vita tranquilla, e il suo unico problema è cosa dar da mangiare a quel figlio che si sta mettendo in testa idee rivoluzionarie e legge decisamente troppo. Quando Pavel morirà fucilato per un decreto dello Zar che mira a reprimere le prime lotte popolari per i diritti dei lavoratori, Pelagia è già diventata “la madre” di tutti i ragazzi che si battono per la dignità e seguono gli ideali comunisti teorizzati da Marx e predicati da Lenin, che nel dramma viene solo nominato, ma che si sta preparando a diventare personaggio principale della storia con la “s” maiuscola.

Vista l’attualità degli argomenti rappresentati (la crisi, la diminuzione delle paghe, la perdita dei diritti in sordina, la paura di reagire per non peggiorare la propria situazione), è decisamente difficile mettere in scena La madre senza cadere in un’operazione nostalgia che si limiti soltanto a strizzar l’occhio ai vecchi compagni, facendo sentire più forte quell’odore di naftalina in cui sono andati a finire certi ideali. Ma Carlo Cerciello è riuscito, attraverso la sua produzione del Teatro Elicantropo di Napoli, nel compito di far brillare di nuova luce questo lavoro brechtiano, mettendo su un gruppo attoriale che funziona come l’ingranaggio ben oliato di una catena di montaggio a pieno regime (per restare in tema).

Dopo aver vinto il primo premio al XII Festival Teatrale della Resistenza e aver collezionato un bel po’ di date in giro per l’Italia, la compagnia partenopea è sbarcata il 16 e il 17 novembre al Teatro 99Posti di Mercogliano, in provincia di Avellino, con la scenografia originale pensata per lo spazio Elicantropo che riduce ulteriormente le dimensioni di un palcoscenico già intimo. Impalcature e gradini diventano di volta in volta i locali della fabbrica, la prigione, la casa. Ad indirizzare lo spettatore ci pensano dei cartelli appesi ai ganci, tanto cari a Brecht e presenti in altre sue opere.
-Particolarmente marcato è il trucco sui volti di tutti i personaggi che, invece di creare una distanza artificiale, alimenta l’impatto emotivo delle espressioni.
-Le musiche dei cori sono quelle originali di Hanns Eisler, storico collaboratore di Brecht, ma non manca una firma personale di Cerciello. C’è un momento lasciato alle note di un brano di Ennio Morricone, “La classe operaia va in paradiso” , in un altro un operaio “sindacalista” accenna alla chitarra “Bella Ciao” per raccontare la sua storia, e in un monologo di Pavel le parole di Brecht sono accompagnate dalle note dell’Avvelenata gucciniana.

I giovani della compagnia “funzionano” in ogni quadro, nelle parti corali come in quelle soliste. Si distinguono particolarmente Antonio Agerola nel ruolo più marcato del figlio Pavel, e Aniello Mallardo in quello del solenne maestro. Ma tutti colorano di gesti e voce i loro ritagli personali, che siano operai, guardie o donne timorate di Dio. Cinzia Cordella, Marco Di Prima, Annalisa Direttore, Valeria Frallicciardi, Michele Iazzetta, Cecilia Lupoli, Giulia Musciacco, Roberta Di Palma, Antonio Piccolo, e i già citati Agerola e Mallardo sono tutti giovanissimi, eppure appaiono consumati professionisti delle tavole del palcoscenico e reggono alla perfezione il ritmo serrato della regia di Cerciello, che prevede quasi 80 cambi di luce per un’ora e venti di spettacolo.

Discorso a parte merita Imma Villa, la protagonista, la madre (nonché premio ANCT 2013). La crescita intellettuale della sua Pelagia, che va di pari passo con la sua vecchiaia e, dunque, con l’indebolimento del suo corpo, si legge tutta nell’interpretazione data al rafforzamento dello sguardo. Gli occhi della 40enne madre di Pavel, circondati dallo scialle nero, sono ingenui e preoccupati. Quelli della 60enne ormai bolscevica convinta, che porta la bandiera rossa a capo del corteo, sono fiammeggianti, anche se sovrastati da una chioma grigia. Il semplice e istintivo amore materno cede il posto alla consapevolezza del sapere, del capire. Le lacrime per il figlio perso sgorgano dall’impotenza di cambiare il passato e si nutrono della volontà di cambiare il futuro.
-Ed è così che Imma-Pelagia tiene fede al significato anche etimologico del suo nome, quello del ‘pèlagos’ greco che si riferisce allo “scrosciare” irruento delle acque in tumulto, che a volte assume la dimensione del “piangere”. La stessa dimensione in cui si trovano gli spettatori, travolti da un impatto emozionale che non fa prigionieri, a prescindere dalla propria posizione politica di partenza.

Non si riuscirà mai a derubricare La madre di produzione Elicantropo a semplice volontà di parlare dell’oggi con un testo di ieri. Se vediamo degli inevitabili collegamenti con la contemporaneità, dobbiamo più interrogarci del nostro vivere e delle nostre azioni, che gongolare della scoperta affinità con ciò a cui stiamo assistendo. E se non crediamo che, a prescindere dalle specificità di ciò che è considerato didattico, a teatro si vada per imparare, aprire gli orizzonti, sognare e commuoversi, allora il teatro nella sua totalità non è il posto per noi.

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