giovedì, Giugno 18, 2026
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La nuova poesia italiana di Matteo Bianchi

Vedere ancora tra accecanti ricchezze

“Se la filosofia aiuta a morire, la poesia aiuta a nascere” sono i versi di un poeta romagnolo, ricordati da Cristina Camporesi, una psicoterapeuta che ha presentato il libro Fischi di Merlo (Edizioni del Leone 2011) del giovane poeta ferrarese Matteo Bianchi a Venezia presso il Bistrot de Venise, luogo d’incontro cittadino dove si sposano arti figurative e poesia, cenacolo che fino alla fine di novembre ospita i quadri di colore di Uzia Ograbek.

La crisi economica è un momento di latenza che favorisce l’espressione poetica del sé, rimosso da ciò che non è più scontato, perché in mancanza di ripetizione. Bianchi ha letto le liriche insieme al performance artist e drammaturgo Christopher Channing, che le ha tradotte in inglese, un amico con cui condivide l’esperienza della convivenza delle lingue. I versi esprimono una sofferenza del contenuto, un dolore trattenuto dal pudore, ed evocano la crudeltà onirica di Venezia, dove passeggiando nei pressi della Frezzeria le viole nascono a terra, non tra l’incertezza. Risuona il nome di Bassanio de Il mercante di Venezia, un figurante tra specchi d’acqua che amplificano la disperazione, in un gioco di luce riflesso tra le scale delle abitazioni e l’aspetto tardo libertino della città, dove “più cerco il cassetto chiuso e più mi sento annegare”. La lettura di una lirica composta in occasione di una visita a Firenze si descrive in un “levare giornate di sangue, legittimare i buchi”.

L’intervento di Camporesi si dispiega sul fil rouge dell’esperienza del dolore, tratteggia uno stile compositivo di rara coerenza, denso per contenuti e forma, una poesia che ha molteplici livelli di interpretazione, risuona come un diapason e consente una rinascita inattesa a livello psicologico. Il percorso poetico aderisce alla vita, come affermava la scrittrice Ingeborg Bachmann nei saggi dedicati ad utopia e letteratura, secondo cui la realtà acquista un linguaggio nuovo ogni qualvolta si verifica uno scatto morale, conoscitivo, come se essa fosse in grado di annunciare esperienze che il soggetto non ha mai posseduto. La parola vera è un mezzo per guarire dalla ferite dell’esistenza, linguaggio dell’inconscio in cui prendono forma i momenti di una maturazione umana.

Nel caso di Bianchi l’intensità espressiva si manifesta nell’entrare dentro se stesso per perdite, sopportando angosce ed ansie, riconoscendo disincantati secondi fini, imparando a masticare. Nel visionario “C’è un pezzetto di arcobaleno stampato sul nero del televisore; sarà venuto a cercarmi?” la personificazione non raggiunge mai il traguardo e la crescita è un divenire per eccesso di vita, per indolenza del cuore, o felicità. Maddalena Lotti, amica del poeta al suo fianco in questa escursione nella polvere lunare, crede che la forma sia uno strumento di ottimismo per parlare di dolore. La poesia del compagno Bianchi ricerca la bellezza estetica della parola che caratterizza il Neolirismo, l’elemento logico e cinico, scomposto in una musicalità buona che riesce a parlare d’amore, si intreccia in una sequenza visiva in cui realtà e città interagiscono. Comparando le parole con cui Josif Broskij scriveva di Venezia al contatto di Bianchi con la medesima città e quella di Ferrara, una ricerca dell’anima dei luoghi, Maddalena esplicita il misurarsi con le persone e le cose, gli sciami dei rientri notturni, “non volevo che la poesia si bagnasse”, nel tentativo di riappropriarsi del sonno e del seno della vita.

La voce di questo novizio Jeckyll riecheggia lo stile di Montale nella corrosione del linguaggio, nelle sottese epifanie dolorose, rivelazioni momentanee che illuminano il senso della vita per poi svanire con il peso di sogni caduti e annusare le scie di comete fallite. Esiste la paura di chi ascolta la poesia per fatica di guardarsi dentro, ma anche l’ atto di coraggio di chi con “occhi sciupati dal malanno” condivide il sollievo di ciò che “ruota tutto intorno al cuore” e fonda una nuova lingua