La pioggia non ferma il coraggio del Ravello Festival. In scena la prima con la delicatezza del “Tristano e Isotta” in danza

Sono Dorothée Gilbert e Mathieu Ganio ad inaugurare l’InCanto con una versione dell’opera di Wagner coreografata appositamente per loro da Giorgio Mancini

Sono sempre tantissimi i temi da trattare dopo una prima importante quanto quella del Ravello Festival. Perché quando si dà il via ad un evento di tali proporzioni, lo spettacolo da recensire comincia già nell’attesa, ancora prima che sulla scena.

Il programma affida l’inizio della LXIII edizione, dall’evocativo tema InCanto, alle coreografie che Giorgio Mancini ha creato appositamente per le etoile dell’Opera di Parigi Dorothée Gilbert e Mathieu Ganio sull’opera di Richard Wagner Tristano e Isotta ”, della quale si festeggiano quest’anno le 150 primavere. Il destino del compositore tedesco è legato a doppio filo con quello del borgo costiero: è passeggiando nei giardini di Villa Rufolo che trasse ispirazione per completare il suo “Parsifal”, titolo con cui si chiuderà la rassegna.
-Ma in questo appena trascorso 20 giugno i cancelli dello storico palazzo che ospita il palco all’aperto più bello d’Europa hanno tardato un po’ ad aprirsi perché, nonostante un pomeriggio caldo e assolato, le previsioni meteorologiche hanno tenuto fede alle aspettative e ad appena un’ora dall’inizio delle danze una breve ma carica pioggia estiva ha messo lo staff nella condizione di dover asciugare le poltrone e la scena per consentire il regolare svolgersi della serata. Così, come raramente accade in un contesto elegante come quello ravellese, tutto il pubblico si è accalcato all’ingresso e mescolato nell’attesa. Una platea colorata ed internazionale ha fatto amicizia, si è raccontata aneddoti vacanzieri e scambiata consigli culinari, ha aspettato col sorriso il suo turno per varcare la soglia del suggestivo viale.
-Purtroppo, non appena il direttore artistico Stefano Valanzuolo ha iniziato la sua presentazione, un’altra nuvola dispettosa ha deciso di ritardare ulteriormente il “taglio del nastro” del festival. Ancora un’abbondante pioggia ha costretto gli intervenuti a ripararsi tra la cabina di regia, la zona museo e il chiostro, in attesa di comunicazioni ufficiali presto giunte: altri 40 minuti di tempo per risistemare (ed asciugare) di nuovo, ma il lavoro di tutti ha impedito il rinvio e risolto la situazione con un semplice slittamento d’orario. La prima (e che prima!) c’è stata.
-Un vento sbarazzino ha infreddolito le signore in abito da sera ma ha spazzato definitivamente via tutta la pioggia. Ha contribuito, inoltre, a gonfiare per bene la vela issata sul fondo del palco a strapiombo sul mare. Non eravamo più nelle poltroncine del Belvedere, ma sulla nave di Tristano di ritorno in Cornovaglia per condurre Isotta la Bionda in sposa al re Marco…
-Il lavoro coreografico di Mancini, che si presenta come una sintesi dell’opera wagneriana e ha debuttato lo scorso autunno al Maggio Musicale Fiorentino, è estremamente interessante. La scelta è a dir poco audace: affidare più di un’ora di racconto classico, che il repertorio generalmente concretizza in scena con corpi di ballo numerosi e variegati, a due soli danzatori, seppur eccellenti. Il risultato è qualitativamente altissimo e decisamente poetico, ma forse un’unica visione non appaga completamente e non permette di coglierne a fondo tutte le scelte stilistiche. Mancini ha delle intuizioni sul rapporto movimento-musica decisamente originali. Utilizza i crescendo dei finali “al contrario”, rallentando la dinamicità mentre il cromatismo wagneriano esplode in sottofondo. Le sospensioni seguono quelle della melodia principale senza mai arrivare mai ad un blocco definitivo dei corpi; fluidità e delicatezza sono le parole d’ordine. Soltanto la prima parte del Preludio è apparsa un po’ ripetitiva: il coreografo non “gioca le carte migliori” subito, e per questo il pubblico deve superare un piccolo blocco iniziale poco entusiasmante. Ma sembra una scelta precisa quella di voler mostrare una complessità crescente, funzionale al climax della trama. Nel corso della prima parte i due interpreti danzano insieme, ma i loro sguardi quasi non si incrociano. Sarà dopo aver bevuto il filtro d’amore dalla coppa (che entrambi credono sia veleno) che, con l’esplodere della passione nella storia, si tradurrà la stessa cosa nei movimenti.
-Assai interessanti anche le scelte di natura scenografica, che si sono intrecciate al lavoro drammaturgico e coreografico.
-Il palco è completamente scarno, tutti i cambi sono affidati ai disegni delle luci che mutano l’ambientazione dalla nave in giardino (appunto, incantato) e di nuovo tornano all’imbarcazione, questa volta non più teatro della nascita del sentimento bensì portatrice di notizie sventurate.
-I tre atti in cui è divisa la rappresentazione (oltre al Preludio, abbiamo la scena d’amore e la morte di Isotta) sono intervallati da videoproiezioni che appaiono sulla vela e che mostrano in bianco e nero i corpi nudi, sinuosi e muscolari al tempo stesso, dei due danzatori. Dettagli della loro fisicità come delle loro intense espressioni colmano il non danzato, e raccontano ciò che sta avvenendo nei e tra i due protagonisti perché la storia prosegua, ma che non possiamo vedere allo scoperto. Anche i costumi sono funzionali alla rappresentazione della narrazione senza scadere nel didascalico: le vele della nave, che la trama originale vuole ogni volta di diverso colore quali messaggi non verbali delle decisioni di corte (nere per il rifiuto, bianche per l’accettazione), vengono sostituite dal leggerissime e trasparenti stole che i danzatori utilizzano con i loro corpi nella coreografia. Nel finale, intensissimo, il velo nero che ricopre Isotta-Dorothée viene passato a Tristano-Mathieu con un leggero scambio di movimenti: ecco la morte che sopraggiunge prima per l’uno e poi, nel lungo e sofferto abbraccio conclusivo, per l’altra.
-Non si può concludere senza accennare ai due interpreti. Ma cosa dire che non sia già stato ribadito più e più volte? Dorothée Gilbert e Mathieu Ganio sono tecnicamente perfetti ed intensamente espressivi. Giorgio Mancini ha costruito il balletto appositamente sulla loro plasticità e morbidezza, sulla loro potente delicatezza. La Gilbert a stento fa udire il rumore delle scarpe da punta sul linoleum tanto che, quando cederà il posto alle meno classiche mezze punte nel finale (più drammatico e meno etereo), ci vorrà qualche secondo in più per accorgersi del cambio. Ganio, acclamato soprattutto per le sue interpretazioni “principesche”, ha dimostrato che la delicatezza non è una qualità opposta alla passionalità.
-Ciò che, quindi, ha caratterizzato maggiormente la serata del 20 Giugno 2015 al Ravello Festival è stato il coraggio. Della scelta di aprire i battenti della manifestazione con la danza, per la prima volta in 63 edizioni; del mettersi tutti a disposizione perché l’evento si tenesse nonostante il maltempo; dell’aver voluto un lavoro decisamente originale rispetto ad altri titoli che, pur trattandosi di balletto, potevano rivelarsi più “pop”. Un coraggio che, come abbiamo già avuto modo di dire in passato, spesso manca ai grandi e dispendiosi eventi e cartelloni, che si trincerano dietro la paura di non far quadrare i bilanci e si ripetono negli anni sempre uguali a loro stessi. Cosa che a Ravello non capita mai.

TRISTANO E ISOTTA
-Atto I Preludio
-Atto II Scena d’amore
-Atto III Preludio e morte di Isotta
-Sabato 20 giugno
-Belvedere di Villa Rufolo, ore 21.45
-con Dorothée Gilbert, Mathieu Ganio, Étoiles de l’Opéra national de Paris
-Coreografie di Giorgio Mancini
-Musiche di Wagner
-TRÄUME
-Trascrizione per violino e orchestra dal Lied omonimo
-scene Thierry Good
-costumi Yiqing Yin
-video James Bort
-disegno luci François Saint-Cyr
-ripreso da Alfredo Magnanelli
-consulenza musicale Luca Berni
-produzione Takaneo Prod’
-direttore di produzione Patrick Lesage
-Le musiche di Wagner sono interpretate da
-Jonas Kaufmann, tenore
-Orchester der Deutschen Oper Berlin
-diretta da Donald Runnicles
-Sophia Reuter, violino
-Camerata Lysy Gstaad
-diretta da Alberto Lysy