“Le voci di dentro” di Eduardo De Filippo al Toniolo di Mestre

La prima della stagione di prosa con Toni Servillo

Alberto Saporito, un apparecchiatore di feste popolari ormai decaduto, accusa e fa arrestare i suoi vicini di casa, i Cimmaruta, per aver ucciso un amico comune. Presto, però, Saporito si rende conto di non aver nessuna prova che confermi il fatto e, soprattutto, di non aver mai assistito a quell’omicidio, che in realtà è frutto di un sogno fatto la notte precedente.

Con una vicenda degna del teatro dell’assurdo, accostata negli Stati Uniti alle opere di Samuel Beckett, il Teatro Toniolo di Mestre inaugura la stagione di prosa con la pièce di Eduardo De Filippo Le voci di dentro, magnificamente interpretata da Toni Servillo, nel ruolo di Alberto Saporito, affiancato dal fratello Peppe, che nello spettacolo conserva lo stesso grado di parentela.

Un cast interamente napoletano per configurare uno spaccato della Napoli del secondo dopoguerra. Reduci da quelle brutture, dalla fame, le famiglie italiane si dirigono verso una contaminazione con il mondo esterno. Non più disposte a vivere un ruolo defilato, stanche delle sofferenze, tra loro si insinua il desiderio di ricchezza. E a risentirne sono i rapporti: verso una graduale, ma inesorabile, incapacità di relazionarsi. E, personaggio della commedia, lo Zi’ Nicola è silenziosa metafora dell’intera vicenda: stanco di un mondo che non lo vuole ascoltare, smette di parlare, comunicando con il semplice scoppio di petardi.

Commedia vivace, in cui le risate plateali non mancano, spesso aiutate dalla schiettezza del dialetto napoletano, in grado di dipingere mille mondi meravigliosi. Ma, veloce, lo sberleffo si traduce in riso amaro. In un tema che sarà tanto caro a Eduardo, il sogno si mischia con la realtà. Il dubbio se ciò che conosciamo sia vero o frutto della nostra immaginazione diventa dubitare dell’altro. La mancanza di fiducia pur nella situazione in cui questa dovrebbe essere ribadita con la più assoluta fermezza: la famiglia. Alla fine, sarà lo stesso Servillo a riassumere il tutto, con i suoi brevi soliloqui, e soprattutto con i suoi grandi silenzi. Lui, principale artefice dell’equivoco iniziale, e lui ad affermare di quali nefandezze si siano macchiati i Cimmaruta: l’aver dubitato l’uno dell’altro.

E la vicenda di quella famiglia, pur nei loro particolarismi, contribuisce a dare un’idea unitaria: un’universalità di un’Italia che sta cambiando e in cui progresso e bellezza sono decisi a seguire, inesorabili, direzioni opposte.