Leone d’oro alla carriera 2009: i registi Disney-Pixar

Ingegneria dell’intrattenimento

Quasi a metà del suo percorso di undici giorni, come annunciato sin dallo scorso inverno, la Mostra del cinema di Venezia 2009 si è concessa una parentesi d’eccezione. Messe da parte convenzionali mondanità e formalità, si è ricoperta di una miriade di palloncini colorati, in attesa di accogliere tra Sala Grande e Casinò coloro che hanno oggi il diritto di essere chiamati maestri del cinema d’animazione statunitense: i registi dei Pixar Animation Studios, parte integrante (e dominante) del colosso produttivo che fa capo alla Walt Disney Company.

Eppure, nonostante l’illustre affiliazione con uno dei giganti del cinema d’animazione e dell’intrattenimento su scala mondiale, quella della Pixar si può ancora definire una “bottega”. Vale a dire un luogo dove maestri e allievi lavorano in maniera collegiale, dando vita ad un processo di formazione permanente e di permanente affinamento di tecniche ed idee. Questa è, dichiaratamente, la visione che della Pixar ha Marco Müller, la cui direzione della Mostra ha coerentemente perseguito, sin dal 2004, l’attribuzione di Leoni d’oro alla carriera a registi eccellenti nell’esplorare e sperimentare nei territori dell’immaginario e del fantastico. Da Hayao Miyazaki a David Lynch, da Tim Burton a John Lasseter, definito da Müller il “Raffaello” della “bottega” californiana.

Proprio da Lasseter iniziò il trionfale itinerario della Pixar, all’inizio degli anni ottanta, quando questo animatore di formazione disneyana si unì ad un piccolo progetto secondario nato in seno alla Lucasfilm. Si trattava di sperimentazioni informatiche, volte a creare simulazioni grafiche: la computer animation era agli albori, e George Lucas era stato tempestivo nel mostrare interesse verso le potenzialità di sviluppo di tale tecnologia. Non era tuttavia nelle intenzioni di Lucas produrre cortometraggi narrativi, e meno che mai lungometraggi: fu Lasseter a dimostrare come si potesse raccontare una storia piacevole tramite immagini di sintesi, con il suo pioneristico short André and Wally B. Le aspirazioni creative di Lasseter poterono concretizzarsi solo in seguito all’incontro con Steve Jobs e Ed Catmull, che alla nascente Pixar diedero i necessari sostegni produttivi ed ingegneristici. A partire da questo punto, s’innescò una spirale di brillanti successi artistici e commerciali, che ancora oggi –caso unico al mondo tra i maggiori studios dediti all’intrattenimento animato- non ha conosciuto interruzioni.

Sino al 1995 (anno del primo lungometraggio, Toy Story), la Pixar affinò il suo talento con una pregiata produzione di cortometraggi. Tin Toy, premiato nel 1988 con l’Oscar, testimoniò precocemente lo sviluppo della poetica lasseteriana, aprendo per la prima volta una finestra su un microcosmo di oggetti viventi, giocattoli nella fattispecie, che attendono l’assenza dei loro proprietari per prendere vita e riprodurre, con traslitterazione ludica delle stilizzazioni esopiche, il firmamento umano dei vizi e delle virtù. I mondi di Lasseter (Da Toy Story, 1995, a Cars, 2006) vivono negli interstizi del reale, là dove, per qualche momento, non è presente alcun occhio che, contemplando, possa scandalizzarsi dell’inverosimile (libero accesso, dunque ad animali e neonati).

La scelta di animare oggetti o comunque entità che sfuggono al controllo stretto della razionalità quotidiana (insetti, pesci, o creature motruose) è al contempo poetica e funzionale: è infatti molto più semplice ed efficace animare col computer ciò che non ci è familiare, piuttosto che cercare un irraggiungibile fotorealismo che, specie nelle rappresentazioni della figura umana (detentrice del primato della familiarità visiva per ovvi motivi), non mancherebbe mai di mostrare pecche e approssimazioni.

La filosofia di Lasseter è stata poi raccolta dai creativi che hanno accompagnato il suo itinerario professionale, prima come assistenti, poi come registi veri e propri. A ricevere il Leone d’oro alla carriera durante la cerimonia tenutasi in Sala Grande alle 16:30 del 6 settembre sono stati dunque anche Andrew Stanton, due volte premio Oscar con Alla ricerca di Nemo e Wall-E, Pete Docter, autore dell’ingegnoso Monsters & Co. (2003) e del recente Up (2009), Brad Bird, regista dalla spiccata individualità stilistica, a cui si devono Gli Incredibili (2005) e Ratatouille (2007), ed infine Lee Unkrich, regista del prossimo capitolo di Toy Story (Toy Story 3, 2010). A consegnare l’onorificenza “multipla” (un Leone grande e quattro più piccoli, paragonati da Müller ai sette Oscar “nani” consegnati a Walt Disney per Biancaneve) è stato George Lucas.

Le versioni in 3D di Toy Story e Toy Story 2 (1999) che hanno aperto e chiuso la cerimonia hanno confermato la vocazione alla sperimentazione del poliedrico studio, che si proporrà certamente come uno dei più interessanti promotori di un utilizzo artistico di questa tecnologia, girando direttamente in stereoscopia le sue produzioni (Up è solo il primo capitolo di questo nuovo itinerario d’innovazione).

Le celebrazioni in onore della Pixar si sono poi concluse il 7 settembre, con un’esclusiva Masterclass per professionisti dell’animazione. Vestendo per la prima volta nella loro carriera i panni di docenti, i registi hanno tenuto cinque brevi “corsi” di storytelling (Stanton), storyboarding (Bird), montaggio (Unkrich), design (Docter) e animazione (Lasseter). L’evento, senza precedenti, ha rivelato una serie di preziosissimo dettagli a proposito della minuzia e della complessità del lavoro di questi autori. Autori che, in definitiva, non fanno “animazione”, bensì “cinema” a tutti gli effetti, con la vocazione appassionata di veri e propri “ingegneri dell’intrattenimento”. L’animazione è solo un mezzo, ha affermato Brad Bird, e non un genere: solo una “tinta” tra le innumerevoli a disposizione sull’enorme tavolozza della narrazione cinematografica.