Leonora Armellini e l’Orchestra di Padova e del Veneto

Lo strano caso del concerto di Skrjabin

L’esecuzione del Concerto per pianoforte di Alexander Skrjabin rappresenta senza ombra di dubbio un caso atipico nella letteratura pianistica di fine ottocento. Come ha graziosamente ricordato la solista Leonora Armellini nell’anteprima introduttiva del concerto venerdì 26 febbraio al Teatro Verdi di Padova, il Concerto op. 20 non è mai entrato propriamente nel repertorio pianistico per una sorta di introversione che lo spinge più a disinnescare che a concedere spazio alle capacità virtuosistiche del pianista. I fili della preparazione tecnica vanno mossi infatti all’interno di un tessuto musicale più attento ad emanciparsi dalla vecchia formula del duello tra solista e orchestra, qui proiettato verso nuove soluzioni.

Al di là dei semi piantati da Skrjabin, che hanno saputo anticipare sorprendentemente le mosse di Schönberg, lo sguardo della solista indirizza così l’attenzione verso un’indagine tesa a sottolineare le relazioni con il pianismo ottocentesco, capeggiato da Chopin e Schumann, piuttosto che ricondurre alla natura di una melodia ritenuta forse per troppo tempo poco immediata e alla mancanza di un vero contributo solistico del pianoforte, che altrove viene espresso per mezzo delle cadenze, l’esclusione di questo importante lavoro di Skrjabin dal registro del repertorio specialistico.

Così la forza dispiegata nel primo movimento si eleva nel successivo Andante in momenti di puro lirismo in cui il contributo della Armellini è tutto concentrato in un finissimo cesello sonoro, etereo nel tocco. Resta poi al pianoforte avviare l’Allegro moderato finale che, sebbene caratterizzato da momenti di ampio respiro, di richiamo diretto alla tradizione musicale russa, recupera un certo vigore sonoro grazie a una sempre più spiccata dinamicità che si alimenta nei vertiginosi passaggi affidati ad ostinanti moduli ritmici con i quali il pianoforte penetra la partitura orchestrale. Sebbene la struttura si suddivida nelle tradizionali tre parti, il carattere musicale e l’impianto armonico presentano elementi affini al punto da avvertire l’intera opera sottoforma di flusso continuo che si conclude nei due accordi pianistici dove l’intera orchestra ha potuto riflettersi in un sensazionale riverbero finale.

Il Concerto di Skrjabin si è così rivelato lo scenario ideale alla piena esaltazione delle doti strumentali della solista che ha concluso la prova modulando dalla solidità timbrica del finale a un’inaspettata morbidezza nelle tinte dell’ultimo studio tratto dall’op. 10 di Chopin. Direttore ospite dell’Orchestra di Padova e del Veneto, Min Chung ha offerto la sua prova migliore nella composizione di Skrjabin dopo aver rotto l’apatia che ha caratterizzato l’Overture del Manfred di Schumann e l’intera Seconda Sinfonia di Tchaikovsky che solo col suo finale è riuscita a rinvigorire il pubblico del Teatro Verdi.