Venezia72: “Light Years” di Esther Campbell

Distanti anni luce ma più vicini che mai

Settimana della Critica 2015

Penultimo film presentato nella rassegna della Settimana Internazionale della Critica, Light Years è un dramma familiare scritto e diretto dalla giovanissima regista inglese Esther Campbell.


Ambientato nella cittadina inglese di Burnham, nel Buckinghamshire, vede come protagonisti i membri di una famiglia sulla quale gravano le condizioni mentali della madre, ricoverata in una casa di cura per un grave disturbo che sembra ripercuotersi in parte anche sui figli. 
Il film segue le vicende di Ewan, Rose e Ramona, tre fratelli accomunati da comportamenti piuttosto singolari, intenti a recuperare i rapporti con la madre Moira, lontana mentalmente e fisicamente dalla famiglia a causa della sua malattia e del ricovero forzato.
L’argomento centrale su cui il film si muove è dunque quello della famiglia, mostrandoci una situazione estrema di questo elemento fondamentale della nostra società, nella quale i componenti sono distanti appunto anni luce l’un dall’altro, chiusi ognuno nel suo mondo, addirittura allontanati a forza, ma come le stelle di una costellazione, anche se separati da distanze interminabili, sempre uniti in un unico disegno.

L’autrice divide il film sostanzialmente in due parti: nella prima presenta i personaggi, in particolare i tre ragazzi e il loro particolare modo di relazionarsi col mondo, mentre nella seconda si concentra sul loro tentativo di ristabilire il rapporto con la madre. La prima parte è arricchita da interessanti soggettive che ci mostrano il mondo attraverso gli occhi dei tre figli, la cui percezione della realtà è alterata dalla precaria salute mentale. Interessanti in questo senso le visioni del giovane Ewan, che si vede perseguitato da un uomo dai lunghi capelli bianchi che gli corre incontro, o l’immaginaria (seppur romantica) storia d’amore tra Ramona e un ragazzo che solo lei può vedere.

La malattia dei protagonisti tuttavia non è presentata in modo drammatico, anzi, man mano che cominciamo a conoscerli essi ci risultano quasi più vicini, più facili da comprendere. Nella seconda parte invece viene dato un taglio decisamente più drammatico, mostrandoci prima una crisi della madre, con una scena dal forte contenuto emotivo, e poi il suo struggente ricongiungimento col padre. I toni del film tuttavia non sono mai eccessivamente gravi, ma alternano scene ricche di pathos e drammaticità a momenti più leggeri, dove lo spettatore entra in empatia con la condizione dei personaggi e dove soprattutto si coglie la doppia valenza del titolo: da un lato gli anni luce sono quelli che separano i membri della famiglia protagonista, ma, come ha precisato anche la stessa regista nel breve incontro con il pubblico che ha seguito la proiezione, si tratta anche di anni leggeri, sereni.

Dal punto di vista tecnico, la regia della giovane Esther Campbell si concentra su suggestivi momenti a camera fissa che sembrano provenire più dal mondo della fotografia che da quello del videomaking, caratterizzate da un frequente chiasmo tra ampi spazi verdi e anonimi paesaggi cittadini. Suggestivi anche i sogni ad occhi aperti dei ragazzi, dove le ambientazioni cambiano radicalmente soprattutto grazie all’aiuto di una fotografia sempre ben funzionale.
In conclusione, il film scorre con un notevole facilità, nonostante la difficile tematica trattata, e considerando che si tratta di un’opera prima, quella della Campbell risulta una regia più che soddisfacente. Un plauso va anche ai giovani interpreti nonché all’attrice Beth Orton, musicista. britannica alla sua prima apparizione come attrice.