Spenti i riflettori sugli schermi del Festival maggiore, quello dedicato al cinema, archiviata la rassegna d’arte, la scena è stata occupata dalla fine di settembre agli inizi di ottobre da Limes il Festival di Musica che vuole, secondo gli intenti del Presidente della Biennale Paolo Baratta, indagare i confini del suono armonico.
Non si tratta solo di varcare materialmente dei “limes”, ma di andare oltre la tradizione alla ricerca del nuovo. Ed è così che dall’incontro fra tradizione e contemporaneo nasce lo sperimentalismo musicale proposto nei diversi modi in cui è concepito nelle varie aree geografiche dalla Turchia alla Spagna e ai Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
Come avviene dalle varie edizioni, il Festival si è aperto con la consegna del Leone d’Oro alla carriera a Steve Reich, premiato per la sua capacità di attingere al tempo stesso ai ritmi africani e albanesi, al cantilenare ebraico, all’universo sonoro di Berio, rielaborandoli e soggettivandoli. L’orchestra è composta da un numero minimo di elementi, dominano il violino e il violoncello, un’arpa, pochi tocchi al piano sommersi dall’improvviso clamore dei piatti che sembrano spezzare la magia sonnolenta. Anche i profani sono in grado di apprezzare questo modo nuovo di offrire musica e la loro silenziosa approvazione fa da sottofondo al danzare acrobatico di un menestrello, apparizione inaspettata e fertile di effetti.
Anche in questa Biennale continua quindi la contaminazione dei generi. Le antiche categorie tradizionali, danza, musica, coreografia, si ingarbugliano scambiandosi forme e peculiarità. Il mimo danzatore (Jari Boldrini originale interprete gestuale delle 14 stazioni della via crucis di Peter Davies) vuole riassumere in sé queste contraddizioni, facendosi statua immobile come se per sortilegio avesse guardato lo specchio della Medusa, poi a un tratto si scuote, si rianima, batte il ritmo con colpi secchi dei piedi, alternandoli a girotondi solitari e malinconici.
Si è voluto poi fare dello spettacolo uno strumento didattico inaugurando il nuovo settore “Biennale College” che mira a promuovere giovani talenti consentendo loro di lavorare accanto a grandi maestri del settore per creare nuovi spettacoli: compositore, librettista, regista, scenografo hanno proposto temi dell’opera buffa, del teatro dell’assurdo e del surreale, mentre i cantanti sono stati selezionati nei mesi precedenti fra numerosi aspiranti.
I temi sono di scottante attualità: come i naufragi tragici dei migranti in fuga da guerre e miserie. Il naufragio dell’albanese Admir Shkurtaj ha per soggetto l’affondamento nel canale d’Otranto di un’imbarcazione carica di migranti, famiglie intere che hanno affrontato la tragica traversata alla ricerca di un futuro per sé e peri propri figli.
Di tutt’altro tenore per la leggerezza dei toni e l’allegria delle note, Vesalji Icones di Sir Peter Maxwell Davies eseguita nella giornata del 7 ottobre dedicata a questo baronetto inglese per festeggiare il suo ottantesimo compleanno. Traguardo annunciato con orgoglio proprio perché il baronetto è lungi dal dimostrarli tutti, scattante e brioso com’è.
L’augurio che viene spontaneo è che i futuri spettatori dello spettacolo possano condividere queste sue parole: “Quando si esegue o si ascolta un processo musicale graduale è come assistere e partecipare ad un rito purificatore liberatorio in cui gli egoismi si annullano in una umanità concorde e pacificata”. Musica evocativa fatta di certi suoni che fanno riemergere nella memoria scene dimenticate dilatandone dimensioni e sensazioni.
Si chiude quindi con successo di pubblico e critici, questa serie di performance lasciando il desiderio che la prossima edizione sia ancora più ricca e varia.






