“Lotta di negro contro cani” di Bernard-Marie Koltès

Conflitti e paure dall'africa nera di Koltès

Debutto ieri sera al Pim Spazio Scenico di Via Tertulliano per la nuova produzione della compagnia Jolly Roger, sempre con la regia di Andrea Brunetti, che dopo Lo Straniero di Camus e il Doctor Faustus di Marlowe affronta il capolavoro di Bernard Marie-Koltès, Lotta di negro contro cani (Combat de nègre et de chiens), e che resterà in scena a Milano fino al 25 maggio.

Scritto dall’enfant terrible della drammaturgia francese novecentesca nel 1979 e portato in teatro per la prima volta da Patrice Chereau nel 1983, il testo segnò la consacrazione di Koltès, vera meteora del panorama europeo contemporaneo, stroncato a soli 39 anni dall’aids, protagonista breve e intenso di una vita turbolenta e controversa almeno quanto i suoi intrecci teatrali. Non a caso, molte sue storie conservano tratti autobiografici più o meno marcati. Non fa eccezione Lotta di negro contro cani, che nell’ambientazione africana richiama l’infanzia trascorsa dall’autore in Costa d’Avorio.

La messinscena di Brunetti si segnala subito per la scelta originale di sviluppare la scenografia orizzontalmente, occupando il lato più ampio di quel piccolo spazio rettangolare che è il Pim. Prima conseguenza, non trascurabile dal punto di vista fruitivo: il pubblico siede a neanche un metro dagli attori. Seconda conseguenza, altrettanto importante registicamente: tre luoghi, posto l’uno di fianco all’altro, articolano e sintetizzano tre diversi livelli d’azione, non solo spaziali, ma anche sociali ed emotivi. A sinistra la zona buia della giungla e del villaggio abitato dai neri, al centro una striscia intermedia e, a destra, il cantiere dei dirigenti industriali bianchi, covo di violenza e terrore, isolato/assediato dall’ambiente esterno. Nessuna musica definita, fatta eccezione per l’apoteosi finale, accompagna lo spettacolo, mentre una partitura di misteriosi suoni naturali scandisce con perizia geometrica ogni singolo dialogo.

La trama è scarna, e anzi l’incipit svela un quadro in cui l’azione principale, motore della narrazione, si è già consumata: un nero, Alboury, si apposta in prossimità del cantiere di un’impresa francese, chiedendo ai due padroni bianchi Cal e Horn la restituzione del cadavere del fratello operaio, ucciso dal nevrotico Cal a seguito di un banale pretesto. Certamente, come in altre opere di Koltès, lo scenario riveste una funzione estremamente ambigua: è specchio e al contempo agente delle azioni umane. Così, il nero della notte, che inghiotte la giungla dei neri e accerchia il cantiere illuminato dai neon intermittenti, in cui si architettano le più diverse strategie per non consegnare il corpo, ormai scomparso, a colui che lo reclama, fa da cornice a figure umane che la violenza ha reso buie e feroci come bestie. Ma, al tempo stesso, è proprio questa cornice ad alimentare la paura di ogni personaggio nei confronti dell’alterità, del diverso, inteso in senso superficialmente etnico e più profondamente antropologico, psicologico; una sorta di mal d’Africa al negativo semina negli animi scintille di paura, dalle quali scaturiscono improvvisi scatti di aggressività, resi vividi da un uso efficace della luce, grazie alla quale gli episodi si alternano in un gioco di lampi di bagliore e repentine dissolvenze.

Innegabile l’attualità delle tematiche poste sul piatto: la dimensione conflittuale dei rapporti interculturali, l’atteggiamento predatorio delle multinazionali verso i paesi del terzo mondo, le conseguenze della globalizzazione, lo spostamento dell’asse della tensione mondiale da ovest-est a nord-sud. Tutte sfaccettature evocate precocemente da Koltès, morto nel 1989 alla vigilia dell’abbattimento del muro di Berlino, e che oggi, alla luce degli sviluppi che interessano la nostra penisola in materia di politiche immigratorie e integrazione etnica, prepotentemente sono balzate in cima alla lista delle riflessioni più urgenti, anche nel mondo culturale e teatrale.

Tuttavia, non bisogna trascurare il valore di universalità che, al di là delle considerazioni contingenti, permea l’intera produzione artistica di Koltès e, nello specifico, la vicenda qui rappresentata: le sue parole sono il centro stesso della paura, in centro stesso di ogni conflitto, di ogni guerra, di ogni assassinio, di ogni atto di sangue. Pur altalenando da punte di estremo lirismo a sequenze dal ritmo o troppo precipitoso o troppo poco incisivo, sembra tenerlo a mente Brunetti nella sua messinscena, attraverso la quale ancora una volta giustamente Koltès si colloca nel solco dei grandi autori tragici, dai classici greci a Racine (quest’ultimo paragone avvallato da Peter Stein), e la figura di Alboury, che pretende gli sia dato il corpo, o nient’altro, del fratello ucciso, sembra agire come gli eroi dell’epica omerica. Come quel re Priamo, che nell’Iliade ai greci nemici chiese il cadavere del figlio Ettore, quello o nient’altro. A differenza di Alboury, venne accontentato.

Lotta di negro contro cani di Bernard-Marie Koltès
regia di Andrea Maria Brunetti
con: Paolo Andreoni, Fabio Banfo, Mohammed Ba, Anastasia Zagorskaya
organizzazione: Giulia Brescia – tecnico di scena: Alessandro Martelli – curatore suono digitale: Jorge Fonseca
www.pimspazioscenico.it