“Madame Bovary c’est moi”

Tutto il desiderio di Strutture Primarie

“Questa sono io, una selva di occhi che guardano dentro”. La storia di Emma, la sognatrice che conoscono tutti, inizia con un avvelenamento da desiderio, la voglia e la rabbia di vivere. Stagliata nel vuoto, sopra una pedana praticabile al centro della scena, come saldata sulla mente, l’attrice Chiara Favero narra la storia di Madame Bovary con le dita di una mano. L’indice sfiora il racconto dell’incontro con i suoi amanti, li indica, disegna i luoghi che ha visto con loro, si tocca intimamente, punta la canna di una pistola. Le malattie che le regalano le mosche, mentre la mangiano, e le formiche da tutte le parti, accompagnano un monologo sulla distruzione del futuro.

La depressione dell’eroina che sogna l’avventura, le emozioni forti dell’amore che il matrimonio non le ha dato, esplode in scena durante la confessione al marito dell’ultimo adulterio, che l’ha costretta a indebitarsi. Collerica, dichiara di essere stata in cerca dei soldi per tutta la vita, di non avere più niente da dirgli (se non inventare il peccato per avere qualcosa da confessare?). Rigurgita parole che accendono le pulsioni, con poche pause, se non per cantare “La vie en rose”. In un ripetersi di giravolte, con un battito forte del piede si rigira nel rock degli Smiths (la miglior “cover” di sempre è dei Muse). Ritrova la storia della sua vita in dita bagnate di latte, con cui accerchia gli occhi a formare un cannocchiale, quando parla dell’amore per il visconte ballerino, il suo primo amante. È soltanto un pretesto per impugnare un archetto e scoppiare nell’ennesima provocazione: sa suonare, ma non può ballare il valzer.

Nel rivedere la vita passata, dalla mano si genera una manetta, che le serra il polso nel chiedere al marito la resa dei conti. Lo richiama con un braccio per gettargli una rete, chiedergli perdono, continuando, in fondo, a detestarlo. Nel sogno di una spiaggia senza orizzonte, le dita continuano a urtare il corpo doloroso, si colpiscono il viso, perché “tutti hanno detto che sarebbe stato venduto tutto per pagare i debiti”. Con l’ossessione che abbiamo noi donne, del corpo che ingrassa e poi dimagrisce, la giovane casalinga inquieta cerca di imparare la lingua, sposta i mobili, accende incensi, si fa la tisana, nel disperato tentativo di distrarsi, di non sentirsi preda della noia e dell’insoddisfazione. Con il riflettore puntato sul corpo spoglio, afferra il microfono (l’unico oggetto posato sul palco), lo accosta al cuore, fa sentire a tutti quanto batte: “Io non sono Madame Bovary, non è questo il mio nome, non ho niente che sia mio. Nella colonna dare c’è tutta la tua vita e niente altro”.

L’intrigante drammaturgia del giovane Luciano Colavero è quella di uno scrittore contemporaneo, avventuratosi in una rielaborazione del romanzo di Flaubert, per esprimere uno stato d’essere. Si interroga su uomo e donna, o meglio chi sia il maschio. Lui stesso vive in un mondo che non è realtà, dove il desiderio di comprare oggetti è tanta modernità. I problemi e le soddisfazioni dipendono dalla vita liquida sempre più frenetica, che aveva descritto Bauman. Il desiderio, che per Colavero è il cuore, ha una forza distruttiva e creativa.

La pulsione verso cosa e chi non sia, o vorrebbe essere, trascina Emma al suicidio, ma è un impulso a cambiare. Il dramma è un travolgente racconto sul “doppio”, sulla convivenza in noi del bene e del male (si dice bovarismo, l’atteggiamento di chi si ritiene diverso da quello che è, costruendosi un mondo immaginario nel quale proietta desideri e frustrazioni che nascono dall’insoddisfazione per la propria condizione reale). In scena con il capotto, una lunga gonna nera, e sotto una canotta, sudario da cui il petto fa esplodere le spinte emozionali, l’attrice mette a nudo spietate geometrie interiori. È chiara con se stessa nei movimenti di una poesia contratta, dolorosa, degli arti, ma per sopravvivere alle macerie consumistiche di una povertà allo stato brado, occorre ascoltare con più passione gli umori della carne, fino a rubare l’identità ai propri amanti. Quel suo continuo guardarsi dentro, soppesarsi, analizzarsi, la affligge, aiutandola a mantenere il contatto con se stessa. Dall’immagine visiva (Bacon, Schiele), l’azione lineare è limitata a pochi gesti essenziali, la regia gioca su continui cambi di scena, ma il romanzo è necessario alla filosofia contemporanea, lasciando intuire che dentro di noi deve aprirsi uno scrigno pieno di tesori.

Strutture Primarie
Madame Bovary
drammaturgia e regia Luciano Colavero
_ con Chiara Favero
_ scene Alberto Favretto, Marcello Colavero
_ suono Michele Gasparini
_ luci Elisa Bortolussi
_ costumi Stefania Cempini
_ durata 60’
Visto a Venezia, Teatro Ca’ Foscari, il 21 ottobre 2014
_ Prima assoluta
Valutazione: 4 su 5