Magazzino 18, dopo quasi 70 anni Simone Cristicchi fa della tragedia dell’esodo istriano un musical civile

Lo spettacolo al teatro Goldoni di Venezia

Al teatro Goldoni di Venezia Magazzino 18, scritto a quattro mani dal cantautore Simone Cristicchi e dal giornalista Jan Bernas, autore del libro Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani, raccoglie le testimonianze di quasi 70 anni fa degli esuli giuliano dalmati, al quale lo spettacolo si ispira, e interpretato dallo stesso Cristicchi. Molte le polemiche innescate da questo musical civile, come l’ha definito il cantautore romano, autore del romanzo dal titolo omonimo, edito nel gennaio del 2014.

Molte le critiche e le accuse giunte sia da destra che da sinistra. Accuse di faziosità, di imprecisioni storiche, di superficialità. La storia è complicata, le sue ferite ancora aperte, anche se nascoste tra le pieghe di una storia più grande. Il trattato di pace del 10 febbraio 1947 consegnò alla Jugoslavia di Tito le città di Zara e di Fiume, le isole del Quarnaro, Cherso e Lussino e la penisola istriana. Si stima che circa 350.000 persone furono costrette ad abbandonare le loro case e a dirigersi verso un’Italia che li accolse con diffidenza e li sistemò per qualche anno nei campi profughi, in attesa di una soluzione migliore. Molte le zone oscure, labile il confine delle responsabilità politiche, molti gli orrori perpetrati dagli occupanti nazi fascisti, altrettanti quelli da attribuire ai partigiani del maresciallo Tito. Questo suggerisce Cristicchi, con un atteggiamento di condanna equanime dei diversi estremismi che non è piaciuto ai suo detrattori. Una spartizione delle responsabilità che dimentica che anche se i caduti di ogni guerra hanno tutti la stessa dignità, differenti sono la statura e il valore delle ragioni per cui si combatte.Il Magazzino 18 si trova al porto vecchio di Trieste. Lì giacciono ancora, da oltre sessant’anni, gli oggetti consegnati al Servizio Esodo da quelli che a breve sarebbero stati gli esuli in fuga dall’Istria, da Fiume, dalla Dalmazia. Oggetti sospesi, che non sanno dove andare, toccati dalla malinconia e della grazia dell’attesa.

L’attesa di venire riconsegnati ai loro proprietari. Oggetti che forse, lambiti dalle ombre della notte, prendono vita, come in quel brano di Vinicio Capossela, dove I pianoforti di Lubecca, dimenticati in una vecchia fabbrica di polvere da sparo si risvegliano e iniziano a corteggiarsi invitandosi a suonare e a non struggersi ricordando gli splendori passati. Lettere, sedie, reti da pesca, pagelle, fotografie, diari, camere da letto, testimonianze di esistenze passate e di speranze future.Duilio Persichetti, un funzionario del ministero dell’Interno, parodia di certi personaggi interpretati da Alberto Sordi, ha ricevuto dal ministero l’incarico di catalogare tutti i beni accatastati nel magazzino.

Il suo lavoro lo porterà a ricostruire le storie dei possessori delle masserizie, a conoscerne le vicende e i destini, e ad inquadrarli in quell’episodio della storia italiana che fino ad allora ignorava. Perso nel silenzio impolverato di quel magazzino, e guidato dallo spirito delle masserizie, si troverà a fare i conti con una storia troppo grande per lui, come accade al bravo Cristicchi, che in alcuni momenti appare quasi travolto dal nobile proposito di ricostruire e restituire al pubblico l’intensità di una vicenda troppo complessa, contraddittoria e dolorosa.

Coproduzione: Promo Music e Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia
Di: Simone Cristicchi
scritto con: Jan Bernas
_ musiche e canzoni inedite: Simone Cristicchi
_ musiche di scena e arrangiamenti: Valter Sivilotti
_ registrate dalla FVG Mitteleuropa Orchestra
_ Regia: Antonio Calenda