Oggi, mercoledì 24 aprile, apre al pubblico l’attesa mostra dedicata a Édouard Manet. L’esposizione, realizzata nelle sale monumentali di Palazzo Ducale a Venezia, presenta alcuni capolavori del maestro francese insieme a opere altrettanto famose di pittori italiani. La mostra, frutto della collaborazione tra i Musei Civici Veneziani e il Musée d’Orsay di Parigi, annovera prestiti di opere d’arte provenienti da importanti musei e istituzioni internazionali.
L’esposizione “Manet. Ritorno a Venezia” è unica nel suo genere. Per la prima volta il pubblico può godere di un numero cospicuo di tele eccezionali, accostate le une alle altre seguendo le linee di una ricerca scientifica. Questa mostra non vuole essere una “vetrina” di capolavori riuniti solo per compiacere l’occhio del pubblico, essa è l’occasione per riflettere sull’influenza dell’arte rinascimentale veneziana nella produzione artistica del pittore francese. Il comitato scientifico, presieduto da Gabriella Belli, direttrice dei Musei Civici Veneziani, Guy Cogeval, presidente del Musée d’Orsay, Stéphane Guégan, curatore dell’esposizione, attraverso l’analisi e lo studio di queste opere vuole svelare il sottile fil rouge che lega Manet a Tiziano, Tintoretto, Carpaccio, Lotto… pittori italiani rinascimentali che con l’artista francese hanno molti elementi in comune.
L’esposizione inizia con la consueta nota biografica focalizzata attorno alle due date in cui Manet soggiornò nella città lagunare. Il pittore si recò a Venezia per la prima volta insieme al fratello nel 1853 (periodo in cui la città era ancora in mano austriaca), quando poi ritornò con la moglie, Venezia era diventata italiana e lui un celebre artista.
Il percorso espositivo si snoda attraverso una decina di sale, l’allestimento, curato da Daniela Ferretti, esalta le 80 opere presenti in mostra e favorisce la creazione di un dialogo tra i quadri e le stanze di Palazzo Ducale. Le prime sale ci introducono rapidamente nella nota produzione artistica del maestro. Lo scandaloso Déjeuner sur l’herbe (presentato nel 1863 al Salon des Refusés), qui nella versione più abbozzata della Courtauld Gallery di Londra, dichiara la sua parentela figurativa con il Concerto campestre del Tiziano (in mostra grazie all’incisione di Henri Fantin-Latour – 1857). L’interesse per l’arte italiana nasce nel giovane Manet subito dopo il primo viaggio in Italia, al suo ritorno a Parigi decide di fare una copia dell’Autoritratto del Tintoretto custodito al Louvre e realizza una serie di studi a matita e acqueforti su soggetti della tradizione figurativa italiana. Il Déjeuner è un’opera importante perché introduce alcuni elementi che costituiscono la visione innovatrice di Manet: l’utilizzo di colori densi, i tocchi di luce, la pennellata indefinita, l’elaborazione di particolari schemi compositivi, alcuni ripresi dal passato, ma soprattutto il costante riferimento alla contemporaneità.
La terza stanza colpisce particolarmente il pubblico. È qui che ci attendono, adagiate su morbidi cuscini, due delle donne più celebri della storia dell’arte occidentale: l’Olympia di Manet (1863) e la Venere di Urbino di Tiziano (1538). Entrambe osservano lo spettatore con sguardi maturi, consapevoli del loro essere donne seducono il visitatore catturandolo nel loro universo simbolico. Opere così simili da suggerire un gioco comparativo, ma allo stesso tempo ciascuna tela è testimone della propria epoca, autoritratto della contemporaneità. L’interpretazione della “sirena” Olympia risulta più convincente se si preferisce una lettura moderna dell’opera rispetto a una visione di matrice religiosa. Tralasciando simbologie peccaminose, si scorge sul pallido viso un’ombra di malessere contemporaneo, avvertito maggiormente nella copia in acquaforte del 1867. Il cane fedele della Venere è diventato un gatto nero, un probabile riferimento alle paure dell’epoca, magistralmente narrate nei racconti di Edgar Allan Poe. Non a caso Manet realizzerà successivamente alcune illustrazioni per accompagnare i racconti dell’orrore di Poe tradotti dall’amico Stéphane Mallarmé.
Manet partecipa attivamente alla vita culturale di Parigi, frequenta gli stessi caffè e circoli letterari di artisti e musicisti. Le sue opere “respirano” la modernità traducendo in pennellate di colore l’epoca. Questa vitalità è presente anche nelle nature morte, dove le Peonie non sembrano fiori recisi, ma oggetti intrisi di dinamismo cromatico. Questo uso del colore ricorda la passione di Manet per Eugène Delacroix, anticipa alcune soluzioni post-impressioniste e probabilmente deriva dall’osservazione acuta di alcune tele della scuola veneziana del XV e XVI secolo, periodo in cui la produzione pittorica dei veneti si concentrava sulla matrice cromatica. Il tema del colore fu poi approfondito ulteriormente da Manet durante il viaggio in Spagna, paese in cui il pittore restò incantato ad ammirare Velázquez.
L’artista prosegue il suo confronto con i grandi del passato nelle tele che ritraggono le contraddizioni della sua società. Da una parte presenta un Ballo in maschera all’Opéra (1873-1874) che ricrea quell’atmosfera festosa e misteriosa del Ridotto di Guardi (1740-1750), dall’altra rappresenta la moderna condizione dell’attesa nella famosa immagine del Balcone (1868-1869). In questa tela le figure attendono il trascorrere del tempo, così come le Due dame veneziane di Carpaccio nel 1495 aspettavano il ritorno dei loro compagni. Le riflessioni che nascono dalla visione di queste opere sono infinite, è lo stesso Manet che suggerisce questi ragionamenti. Ad esempio quando inserisce nelle sue composizioni ulteriori spazi nei quali l’opera può espandersi come l’interno della casa del Balcone, la balaustra superiore del Ballo in maschera o l’orizzonte marino Sulla spiaggia (1873). Anche questo accorgimento è un residuo dell’arte rinascimentale. Nelle loro opere i pittori italiani aprivano delle finestre sul paesaggio per ampliare la visione dello spettatore, come nel caso del Giovane Gentiluomo nello studio di Lorenzo Lotto (1530).
Édouard Manet è quindi un pittore indiscutibilmente moderno, ma cosciente dell’importanza degli insegnamenti del passato. La sua poetica viene abilmente riassunta nel ritratto di Berthe Morisot con il ventaglio (1874), dove la figura dell’amica nasce dal seducente tratto del grande pittore francese. Un artista che noi oggi abbiamo l’opportunità di osservare attentamente in questa incredibile esposizione.
Manet. Ritorno a Venezia
24 aprile – 18 agosto 2013
Palazzo Ducale, Venezia
Info: www.mostramanet.it






