“Milk” di Gus Van Sant

Vita, morte e passione di uno dei personaggi chiave del mondo queer

“Se una pallottola dovesse entrarmi nel cervello, possa questa infrangere le porte di repressione dietro le quali si nascondono i gay nel Paese”. E’ nelle parole incise sulla targa commemorativa nella piazza di San Francisco a lui intitolata, l’essenza della vita di Harvey Milk.

Parole dirette, prive di ogni retorica celebrativa, e testimoni, nella loro attuale potenza di un fervore che neppure la lucida consapevolezza dei rischi insiti in esso, riuscì a spegnere.
Perché fu un uomo lungimirante, Harvey Milk, e concreto. Consapevole della portata rivoluzionaria delle sue lotte, al punto da riporre in una serie di registrazioni su cassetta le proprie speranze e i propri timori, non ultimo, quello di lasciare in esse le macabre e dolenti premesse per un toccante epitaffio. Marine, insegnante, impiegato.

Gli ci vollero quarant’anni prima di lasciarsi alle spalle un vacuo e perfino ipocrita menàge borghese e uscire allo scoperto, inaugurando, in un piccolo negozietto di fotografia nel quartiere Castro di San Francisco, voluto insieme al compagno di vita e di impegno Scott Smith, un decennio di battaglie e conquiste nel riconoscimento dei diritti umani, dalla portata ormai storica. Candidatosi infruttuosamente per tre anni consecutivi alle elezioni per il ruolo di consigliere comunale, Milk riesce finalmente a spuntarla nel 1977 con grande consenso, grazie ad un’innovativa campagna di reclutamento condotta dal basso, con l’indispensabile apporto di tanti amici e sostenitori uniti nell’avversione contro ogni forma di discriminazione.

Personalità impetuosa, perfino eccentrica, Milk diede prova tuttavia, nel suo primo e unico anno di mandato, di un’astuzia politica non da poco, che con la coerenza e un certo cerchiobottismo proprio dello stratega navigato, riuscì a condurlo ad una delle sue più grandi imprese: l’abrogazione della “Proposition 6”, l’agghiacciante ordinanza che prevedeva la rimozione degli insegnanti omosessuali, già preceduta da iniziative di non minore rilevanza, come le agevolazioni per l’esercizio del diritto di voto da parte di anziani e categorie svantaggiate. E ancora manifestazioni, appoggio da parte dei media, tafferugli con la polizia: i semi di una nuova rivoluzione sociale. Infine la morte. Assurda ma drammaticamente paventata, per mano dell’ex collega e rivale Dan Brown, nella cui furia reazionaria e bigotta perse la vita anche l’allora sindaco illuminato Frank Moscone.

Ci volevano il genio e l’intelligenza di un regista come Gus Van Sant, da sempre particolarmente sensibile alla causa omosex, nel consegnare attraverso le immagini la memoria di una figura talmente importante e scomoda da essere pressocchè sconosciuta al di fuori degli Stati Uniti. Al regista americano spetta infatti il merito di una narrazione asciutta e diretta, capace di aggirare con sagacia tentazioni agiografiche e altre trappole proprie del biopic: Van Sant racconta il Milk uomo, gay, e il Milk attivista, con l’omogeneità e il rispetto di un’esistenza in cui l’identità di genere è in sé ribellione, atto politico. Quello che vediamo è poi un personaggio sessuato, inoltre: frequentatore di bagni pubblici e marchettari, sensibile al fascino di imberbi giovanotti, in bilico tra amore convenzionale e tentazioni paternali, come nel caso delle due importanti relazioni, con Smith prima, e con il fragile Jack in seguito.

Accantonati gli sperimentalismi dei precedenti lavori, Van Sant dirige questa volta con piglio classico, smorzando il tono a tratti documentaristico con momenti di grande impatto (la campagna elettorale, il battesimo, l’Opera per esempio) e qualche furberia vintage come lo split-screen multiplo delle telefonate di Cleve. L’insieme è funzionale, e gradevole anche al fine dell’intrattenimento: il film coinvolge ma non commuove, in un’assenza di pathos che diviene invito alla riflessione, spostando l’emotività piuttosto, sul piano musicale dell’Opera, che Milk amava e alle cui storie eccessive, di passione e morte, si potrebbe accostare la sua vita.

E poi c’è Sean Penn, in una magistrale prova di versatilità e talento, abile nel giocare sul trasformismo senza traccia di clichè, affiancato dal notevole Josh Brolin (che dopo il Bush di Stone si rivela particolarmente a suo agio nelle vesti di reazionario), nel cui Dan Brown ritroviamo le contraddizioni e i conflitti interiori dell’uomo insicuro e represso. Ottimi anche i più giovani, su tutti la rivelazione Diego Luna, dolce e disperato Jack Lira, e non delude, nonostante le aspettative, neppure il bellimbusto James Franco, misurato nel ruolo di Scott, laddove invece fallisce un Emile Hirsch eccessivamente vezzoso.
Milk è insomma un film necessario, più che ad un cinema ormai saturo di eroi, ad una società che in maggioranza ha finora ignorato l’esistenza di un personaggio di tale portata; un film politico, in grado di oltrepassare la denuncia per riuscire ad innescare rabbia e voglia di lottare. E magari anche un po’ di speranza.

Titolo originale: Milk
Nazione: U.S.A.
Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 128′
Regia: Gus Van Sant
Sito ufficiale: www.filminfocus.com/…
Sito italiano: www.libero.it/milk
Cast: Sean Penn, Emile Hirsch, James Franco, Josh Brolin, Diego Luna, Brandon Boyce, Denis O’Hare, Victor Garber
Produzione: Focus Features, Groundswell Productions, Jinks/Cohen Company
Distribuzione: BIM
Data di uscita: 23 Gennaio 2009 (cinema)