La prima cosa che gli antichi viaggiatori vedevano giunti all’ingresso di una città era la porta d’entrata. L’ingresso del luogo abitato permetteva di percepire quanto si sarebbe trovato oltre quella soglia.
Le corderie dell’arsenale, storico spazio veneziano ospitante parte della 14. Biennale di Architettura, accolgono il visitatore con un portale degno del parco Tivoli di Vienna. Oltre una serie di arcate luminose inizia “Monditalia”.
La lunga sezione della Biennale dedicata alla penisola italiana si apre in una atmosfera di meraviglia, a metà tra processione religiosa e intrattenimento circense, preannunciando la natura ambivalente del territorio. Il nostro paese è analizzato attraverso 41 ricerche che ne mettono in luce ricchezza e complessità.
L’Italia diventa dunque paradigma, “modello di studio”: nel senso di luogo di ricerche, analisi, proposte e ipotesi. La scelta del direttore, Rem Koolhaas, è coraggiosa data l’innegabile quantità di problemi (architettonici e non) che affliggono il Bel Paese e di cui Venezia stessa in questo ultimo periodo fornisce prova. Scelta pure sorprendente data l’importanza che il contesto assume nelle vicende architettoniche descritte, un elemento che solitamente non rientra nel raggio d’azione progettuale di Koolhaas. Il visitatore della Biennale è infatti invitato a riflettere sulle relazioni tra edifici e luoghi, le architetture non sono progetti isolati e astratti, al contrario sono parte della dimensione vitale dell’ambiente in cui sorgono.
“Monditalia” è composto da diversi scenari, una frammentarietà che tuttavia è specchio della nostra unità. Il percorso espositivo si svolge al contrario: da Sud verso Nord seguendo le strade della Tabula Peutingeriana, antica mappa dell’Italia che separa l’area predisposta per la proiezione di film dall’area progetto.
I gioiosi toni iniziali si affievoliscono subito nel secondo ambiente delle corderie che affronta uno dei problemi contemporanei più scottanti: la questione dei flussi migratori mediterranei, dalle colonie del periodo fascista alle tragedie di Lampedusa. Dopo aver attraversato Sicilia e Calabria seguiti dallo spettro delle grandi opere, c’è poco tempo per intrattenersi nelle stravaganze di Capri, perché non lontano sorge il pilastro della malagestione: Pompei. L’ inestimabile patrimonio dell’umanità, con immensi problemi di conservazione, viene riletto in chiave erotica. Lo scontento per la mancata ricostruzione dell’Aquila si riflette nel silenzio dei fabbricati abbandonati lungo le coste. L’Italia emerge come una terra in balia dei flussi: migratori, naturali, turistici e religiosi, un paese che deve confrontarsi costantemente con il passato, ma continua a sognare il futuro.
La formula di coesistenza tra i diversi settori della Biennale, voluta da Koolhaas, rende più piacevole e scorrevole il percorso, anche se a volte gli spazi di azione sembrano eccessivamente delimitati tra loro. L’esposizione è concepita per un pubblico ampio. Questa Biennale è un percorso di immagini, il senso maggiormente coinvolto è la vista: film, fotografie, coreografie e progetti aiutano a identificare i nuclei problematici del nostro paese che in questa sede diventa motivo di studio internazionale. L’Italia viene presentata in ogni suo aspetto: negativo e positivo, problemi quali abusivismo edilizio, ricostruzioni avventate e progetti fasulli sono realtà che non possiamo negare e di cui, anzi, è giusto discutere. D’altro canto il Bel Paese dimostra di saper mantenere il confronto con i secoli: se è chiaro che, nonostante progressi e scoperte, i problemi restano gli stessi da centinaia di anni è pure manifesto che l’Italia è un continuo fermento di idee, laboratorio di progetti e ricerche che meritano di essere sostenuti.






