Nanni Moretti incontra Roman Polanski al TFF 2008

Dialogo tra un autarchico e un apolide

Retrospettiva Roman Polanski
L’incontro ha inizio alle 15, ma alle 13,30 c’è già una coda di persone che supera di gran lunga i 450 posti disponibili nella sala del Cinema Massimo, per l’atteso incontro tra Nanni Moretti, direttore del Torino Film Festival e Roman Polanski.

Nel 2007 il duetto Nanni Moretti- Wim Wenders era durato quattro ore. Per l’anno secondo del Torino Film Festival targato Moretti, il regista/direttore accoglie Roman Polanski preannunciando che l’incontro durerà “al massimo due ore. Al massimo, ma magari anche meno”.

Preceduto dalla proiezione del corto Cinema erotique, folgorante gioiellino di tre minuti, e dopo la standing ovation a lui dedicata dal pubblico della serata inaugurale al Teatro Regio, Roman Polanski entra a passo deciso nella sala del Cinema Massimo e malgrado le oltre 70 primavere (è nato nel 1933) viene subito in mente come lo ricorda Sydne Rome, diretta da Polanski in Che? (What?, 1972), lo ha definito “come un folletto pieno di energia”.

La sala gremita è in attesa di scoprire i segreti di un autore che ha esplorato con diciassette lungometraggi e qualche cortometraggio generi molto diversi tra loro. Polanski si scusa perchè parlerà francese e non italiano, lingua che conosce piuttosto bene, e Moretti indossa le cuffie per la traduzione simultanea.

Pronti via, per questo confronto tra un autarchico e un apolide, che condividono professione e un pizzico di istrionismo, umorismo e leggerezza. Anche se Polanski, sfidato sul terreno della battuta, mostra le proprie virtù incalzato dalla domande di Moretti: “Hai mai fatto l’attore sostituendo qualcuno all’ultimo momento?” “ Sì – risponde Polanski – ma ho sostituito uno che sarebbe andato molto meglio di me e che non era un attore”. L’ansia da riprese? Polanski l’ha provata solo con Pirati: “sul set mancava sempre qualcosa: la pellicola, l’attore, i costumi, è stato terribile, forse qualche volta mancava anche il regista…“.

Moretti fa gli onori di casa costruendo un percorso in cinque fasi, quelle che segnano la realizzazione di un film – soggetto e sceneggiatura, preparazione, riprese, edizione e montaggio, uscita – che diventa occasione per ripercorrere una straordinaria vita artistica, iniziata alla scuola di cinema in Polonia, “dove guardavamo continuamente film neorealisti italiani”, proseguita negli Stati Uniti e in Europa, con qualche rimpianto: “Non ho potuto girare Il Maestro e Margherita, perché il budget era troppo alto” e qualche piccola soddisfazione : “Ho detto di no al remake americano de ‘Il Coltello nell’acqua’ con Liz Taylor, Richard Burton e Warren Beatty perché rifare un film mi pare quasi un atto di autosodomizzazione”. Il film di esordio del 1962 venne candidato all’Oscar nell’anno in cui vinse 8 e ½ di Federico Fellini “Durante la cerimonia io ero seduto vicino a Giulietta che ha pianto per tutto il tempo, e poi Federico ha vinto e lei ha continuato a piangere”.

La collaborazione tra Polanski e Gèrard Brach per la scrittura dei film è stata lunga e proficua: “Non c’era assolutamente metodo nel nostro lavoro, parlavamo di ciò che ci piaceva e ci interessava, cercando di trovare delle soluzioni per i film. Cercavamo di scrivere delle sceneggiature finanziabili, mettendoci dentro ciò che avremmo voluto vedere al cinema. Con il tempo abbiamo imparato a gestire il nostro tempo, come succede con l’esperienza”. Più difficile la collaborazione con Robert Towne, sceneggiatore che vinse l’Oscar per Chinatown. “Era molto meticoloso, dovevamo fermarci ad ogni parola, e a Los Angeles faceva un caldo spaventoso, e noi dovevamo stare lì a limare parola per parola….”.

Per preparare i suoi film Polanski usa spesso il disegno: “Mi viene più facile, mi serve soprattutto per comunicare con lo scenografo e il costumista e con il direttore del casting, perché disegno i protagonisti dei miei film proprio come li vedo io”.

Le scelte delle inquadrature, i campi lunghi quando si fanno le riprese dipendono da vari fattori perché “è la macchina da presa che racconta la storia” e si intersecano con il lavoro di edizione e montaggio: “Di solito quando giro ho già presente come sarà il montaggio, ma non è detto che non faccia dei cambiamenti”. E ancora: “C’è un momento, quando guardo il primo montato, si chiama rough cut, quando si guarda per la prima volta il girato completo tutto insieme. Quello è un momento che ogni volta so che sarà terribile, ma ogni volta, anche se lo so, è sempre molto più duro di quello che mi immagino”.

E se a Nanni Moretti piace soprattutto “il secondo montaggio, la fase in cui certe scene praticamente si autoeliminano, anche quelle che ti hanno fatto soffrire”, Polanski guarda il film una prima volta da solo, “ma poi lo fai vedere magari a un gruppo di amici e a quel punto quando lo rivedi cambia completamente, perché ti scopri a pensar con la testa degli spettatori che stanno guardando. E dopo l’uscita di un film scopro cose inaspettate stando in mezzo alla gente: per esempio ciò che tu credevi fosse molto divertente fa appena sorridere, mentre piccole cose fanno ridere il pubblico”. Polanski stesso, come spettatore, si definisce “un bravo spettatore e se il film è fatto bene mi abbandono. A volte posso perfino piangere…”.

La retrospettiva Roman Polanski in occasione del 26° Torino Film Festival è anche un libro, edito da Il Castoro, con bellissime immagini, molte delle quali messe a disposizione dallo stesso Polanski, che fanno parte della mostra fotografica organizzata dal Museo del Cinema, INTRIGO INTERNAZIONALE. IL CINEMA DI ROMAN POLANSKI: MOSTRA FOTOGRAFICA, fino all’8 dicembre 2008.