“Napoli Napoli Napoli” di Abel Ferrara

Napoli come il Bronx

Venezia 66. Fuori Concorso
Il regista italo-americano entra in un istituto penitenziario napoletano e si interroga sulle cause profonde del male che attanaglia la città partenopea. Perché “bisogna” delinquere, perché la società sana non risponde e non si ribella? Alle interviste ai detenuti si alternano colloqui rivelatori con alcuni operatori culturali dei quartieri più malfamati, nonché una sorta di simbolica linea fictionale che attraversa tutto il documentario, quella della disgraziata famiglia di Lucia e della punizione di un “infame”.

Che Ferrara sia attratto dal male, dal marcio dell’animo umano e dalle deviazioni delinquenziali in tutte le loro possibili declinazioni non è certo cosa ignota a chi ne segue da tempo la succosa carriera. Interessante è invece questo suo tentativo di raffreddare con il genere dell’inchiesta documentaria la materia incandescente e spesso diabolica dei suoi film di gangsters e villain maledetti: qui il buon Abel purtroppo non deve inventare nulla, in quanto il vivo materiale di vari piccoli e grandi orrori quotidiani glielo offre purtroppo quel coacervo di grazia e maledizione, musica e stridore di denti che è la metropoli alla falde del Vesuvio.
Sulla base di un progetto locale (vari gli interventi di artisti e protagonisti napoletani, che guidano sapientemente l’italo-americano anche nello script) il regista tracagnotto e apparentemente un po’ spaesato presta la sua visione e il suo volto a questa indagine senza peli sulla lingua, che si potrebbe definire una sorta di riflessione post-Gomorra, in quanto cita nei dialoghi ed usa un attore (Salvatore Ruocco) dell’epocale film di Garrone. Ferrara inframmezza le interviste alle detenute (le ospiti del carcere di Pozzuoli) con alcuni estratti di repertorio degli anni Sessanta, che testimoniano abbastanza tristemente come il boom economico che all’epoca risollevò buona parte d’Italia non sia invece riuscito a riscattare una terra che fin dalla fine del conflitto mondiale è subito divenuta feudo di mafiosi locali e americani (ricordate Lucky Luciano?) e di amministratori per lo meno incapaci, se non proprio conniventi (ricordate Le mani sulla città?).

C’è poco da fare, Francesco Rosi ci aveva già detto tutto con questi suoi due film succitati (ma anche con altri): Napoli è come segnata, sembra impossibilitata a rialzarsi, si auto-costringe quasi fatalisticamente a una pseudo-vita fatta di sopraffazione e disperazione. Vi si costringono anzi (e sembrano dimostrarlo queste interviste) gli stessi disillusi e demotivati abitanti di Scampia, dei Quartieri Spagnoli, ma anche delle zone bene di Napoli, che arrivano in uno dei colloqui più disperanti a pronunciare una sorta di maledizione sulla città tutta, una sorta di damnatio memoriae pregressa: “Non voglio che i miei figli crescano qui. Napoli non è un buon posto per vivere”.
Ferrara e i suoi validi collaboratori partenopei (ai quali certamente si deve buona parte del merito per il lavoro di scelta documentale e di ricerca sul campo) non fanno sconti: se volete vedere il primo film (forse il secondo, dopo Gomorra…) in cui la città di Maradona e Totò non ricorda neanche per un attimo pizza e mandolino e fa quasi venire da piangere, andate a cercarvi questo documento amarissimo, se mai sarà distribuito. Ci voleva forse il talento disperato di chi ha l’abitudine a trattare i demoni metropolitani per dire una sorta di parola definitiva sulle effettive speranze di riscossa di un tessuto incancrenito e di un metabolismo viziato le cui cause sono così macroscopiche che è fin troppo facile elencarle: non che Ferrara sia un sociologo di professione, ma le voci che i suoi colleghi locali riescono ad inanellare nei vari, “veraci” e dolorosi incontri fra vicoli maleodoranti e celle sovraffollate ci sputano addosso con pragmatismo disarmante le colpe degli amministratori locali, dello Stato assente, ma (forse questa una novità) anche tutte le responsabilità dei napoletani, quasi “etnologicamente” insofferenti e adagiati nei loro vizi generazionali.

Come dichiarato espressamente già nel press-book, questo inaspettato e a suo modo diabolico lavoro dell’autore de Il cattivo tenente risulta un ibrido: la parte più sostanziosa è composta dalle brevi, a tratti imbarazzate risposte delle detenute, altra parte dalle più sociologiche e seriose repliche di assessori, operatori e intellettuali partenopei (che anch’essi non ci fanno sempre una gran bella figura), mentre in misura minore e meno convincente agisce poi la frastagliata linea narrativa cui prestano i propri volti attori professionisti come Beppe Lanzetta o Luca Lionello.

È proprio questo esile filo rosso narrativo a poter essere senza tema di smentite attribuito alla mente di Ferrara, ma è anche quello che risulta meno amalgamato e quasi estraneo alla tragicità naturale e senza fronzoli di una città che sembra essere condannata da questa docu-fiction (senza compiacimento, ma anche senza ipocrisie) a una lenta e inarrestabile autodistruzione. 
Di una cosa si può star certi: questo film non verrà adottato come materiale pubblicitario dal mercato turistico della Regione Campania e non piacerà moltissimo a chi ha sbandierato ai quattro venti fittizi interventi cosmetici anti-monnezza.

Titolo originale: Napoli Napoli Napoli
Nazione: Italia
Anno: 2009
Genere: Documentario
Durata: 102′
Regia: Abel Ferrara
Cast: Luca Lionello, Salvatore Ruocco, Ernesto Mahieux, Shanyn Leigh, Giuseppe Lanzetta