Nel mondo di Zootropolis

Thriller animato (e animale)

Sin dalle prime dichiarazioni del D23 EXPO di tre anni orsono, Howard Byron ha dovuto sviluppare il suo progetto sotto la pressione di grandissime aspettative, nutrite sia dalla stampa, per la quale il film sarebbe stato una nuova pietra miliare destinata a spodestare i colossi Pixar, che dal pater familias John Lasseter, il cui entusiasmo e benestare devono aver rappresentato per il regista più un deterrente che un incentivo.

Ebbene, se già il saggio mostrato in occasione dell’Annecy International Animated Film Festival aveva lasciato intendere che Howard si fosse ben guardato dall’adagiarsi sugli allori, l’uscita nelle sale ha fugato ogni dubbio: rifacendosi all’intramontabile classico Disney del 1973 Robin Hood – di cui riprende il modello antropomorfico –, Zootropolis rappresenta un’ennesima lezione di umanità a opera dei nostri alter ego a quattro zampe, questa volta alle prese con i frenetici ritmi della vita urbana.

La narrazione si apre con alcuni frammenti dell’infanzia di Judy Hopps, una coniglietta che aspira a entrare in polizia nonostante la sua statura. Attraverso un canonico training montage apprendiamo del suo addestramento all’accademia di polizia, finché, il giorno della cerimonia del diploma, il suo sogno pare ormai realizzato: è finalmente tempo di lasciare la casa avita nella quieta provincia di Bunnyburrow per recarsi nella multiforme Zootropolis dove prestare servizio come agente. Una volta in città però, Judy è messa dinanzi alla dura realtà che gli ideali di cui è imbevuta a poco valgono in un’istituzione dominata dagli animali di grossa taglia: pur essendo ancora aperto un misterioso caso di sparizione di mammiferi, Judy viene infatti declassata ad ausiliario della sosta, ma il fortuito incontro con la volpe truffatrice Nick Wilde le fornirà un primo appiglio per mettersi sulle tracce di uno degli scomparsi. Mettendo in gioco la sua carriera, Judy esplorerà sotto la guida di Nick ogni angolo di Zootropolis, da Rainforest District a Tundratown, giungendo a scoprire un complotto teso a rovesciare il delicato equilibrio esistente tra prede e predatori.

Il primo dato riscontrabile all’interno di questo thriller animale e animato, sapientemente bilanciato tra adrenalina e tensione, è il consueto panegirico dell’autodeterminazione, frutto di quella venerazione per la libertà individuale tipicamente statunitense che in tempi recenti ha condotto a una sterile uniformazione sotto il profilo narrativo. Una norma a cui Zootropolis purtroppo non fa eccezione dato l’esito estremamente prevedibile anche per chi avesse una conoscenza puramente intuitiva delle meccaniche del genere: c’è da dire però che rispetto ad altre produzioni coeve presenta un migliore utilizzo degli spazi, nel senso che nessuna delle zone presentate nella rapida carrellata di inizio film resta inesplorata, poiché ognuna costituirà un indispensabile tassello dell’avventura di Judy e Nick.

Caratteristica precipua di questa pellicola è tuttavia l’incredibile attualità, esplicantesi non solo nella tecnologia di cui gli abitanti fanno uso ma soprattutto nel tema principale, ovvero le zone d’ombra di una politica di integrazione e di tolleranza in un contesto assai più complesso di quello del classico villaggio bucolico o regno incantato. Siamo dunque ben lontani dalla favola senza tempo e universalmente valida: come comprovato dal citazionismo – si pensi a Mr.Big, il Padrino di Zootropolis, o ai pecoroni Walter e Jesse addetti alla produzione del siero blu necessario a far impazzire i predatori –, Howard si è cimentato nell’arduo compito di illustrare i delicati rapporti esistenti all’interno della triade formativa del sistema democratico, composta da mass media, istituzioni e popolazione, aiutandosi con l’inserimento di elementi familiari che rendessero più immediata l’immedesimazione da parte di grandi e piccini.

In questo senso, si comprende il titolo originale, Zootopia: la città ritratta è appunto un’utopia, in cui gli animali, al pari – e forse meglio – degli esseri umani, sono in grado di giungere a una ricomposizione pacifica dei conflitti originatisi a partire dalla reciproca diversità. A ogni modo, il lodevole intento educativo risulta ridimensionato se si considera che a Zootropolis la diversità razziale non si accompagna a una altrettanto fondamentale diversità culturale, costituente invece il fattore più destabilizzante all’interno delle società odierne: sotto questo profilo, il sistema non rischia mai veramente il collasso, dal momento che esiste un retroterra di valori pienamente condiviso che non crea alcun attrito effettivo tra l’oligarchia – o minoranza? – predatoria e le altre specie. Ciononostante, emerge una visione estremamente negativa della massa, facilmente manipolabile dai mezzi di informazione e pronta a votarsi a chiunque si dica in possesso di una fittizia panacea per l’ordine sociale: non a caso la società civile non ha alcun ruolo nella soluzione del mistero, che sarà svelato invece dalle forze dell’ordine, a loro volta uno di quei gruppi di potere spesso soggetti alla corruzione e alla complicità col mondo del crimine – una complicità che si sarebbe instaurata, non fosse stato per l’integrità morale di Judy.

Al di là dell’interpretazione che se ne può dare, Zootropolis rappresenta un’ulteriore ventata d’aria fresca nel panorama Disney, che ultimamente sembra aver esorcizzato lo spettro dell’interminabile sequela di principesse fatte con lo stampino: grazie ai minuziosi studi condotti sulle abitudini e sull’aspetto della fauna dei più disparati ambienti, ogni personaggio presenta il proprio peculiare vello e andatura, senza escludere alcuni inequivocabili segni dei vizi umani, come la pronunciata pinguedine del ghepardo Benjamin all’ingresso del dipartimento di polizia. Quale che sia l’indole dello spettatore, nel corso della proiezione ciascuno avrà modo di scoprire il proprio animale interiore, e anche se la risposta non dovesse essere soddisfacente, non c’è ragione di preoccuparsi: come dimostra il bradipo Flash con la sua doppia vita da pirata della strada, “a Zootropolis chiunque può essere davvero qualsiasi cosa”.