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Omaggio a Skolimowski

La Milanesiana: Natura, numeri, bugie e una lunga notte

All’ultimo festival di Venezia, il film di Jerzy Skolimowski, Essential killing, era stata una delle migliori sorprese del concorso. Un film capace di tenere assieme temi e storie di matrice americana (poteva richiamare spietate cacce all’uomo del western) e radicamento nelle simbologie di origine est-europea che avevano segnato la formazione del regista (lo ha accuratamente evidenziato Massimo Tria nella recensione apparsa su questo sito). Un film leggibile sia in chiave politica che in chiave esistenziale, dotato di concretezza fisica e, allo stesso tempo, giocato in una dimensione onirica e mentale (tanto che vi è chi – come ad esempio Philip French su “The Observer” – l’ha interpretato come se si trattasse delle memorie e degli ultimi pensieri di un moribondo). E soprattutto un film che, con estrema essenzialità, creava uno stato costante di tensione, dimostrando una padronanza dei mezzi cinematografici davvero ammirevole.

In questi giorni, il grande regista polacco è stato omaggiato dalla rassegna La Milanesiana che – nell’ambito di un programma intitolato Bugie e verità – gli ha dedicato una giornata di proiezioni, che comprendeva, oltre al citato film veneziano, due dei titoli più prestigiosi della sua filmografia, Deep end (1970), a cui distributori italiani appiccicarono un pessimo titolo (La ragazza del bagno pubblico), e The shout (L’australiano, 1978) – oltre al “making of” dello stesso Deep end (Starting out , 2011, di Robert Fischer).

A parere di chi scrive, Deep end è il film migliore di Skolimowski. Senza nulla togliere all’originalità stilistica delle prime opere girate in Polonia o al carattere inquietante e suggestivo de L’australiano, enigmatica affabulazione sul contrasto tra razionalità e magia, tra normalità e pazzia, che pone la pittura di Bacon tra i propri espliciti riferimenti, ci pare che Deep end sia il film che – a una visione odierna – meglio ha resistito agli attacchi del tempo.

Raccontando della passione di un ragazzo di quindici anni per la sua collega di lavoro al bagno pubblico, Deep end è un film sulla perdita dell’innocenza e sul desiderio sessuale, esplorato nel suo lato oscuro: desiderio, attrazione e seduzione sono qui indissolubilmente intrecciati con il possesso, la violenza, la crudeltà, la riduzione dell’altro a oggetto di piacere, il potere, l’ossessione, la rivalità e la competizione.

La confezione del film flirta brillantemente con lo stile della “Swinging London” (peraltro, come illustra il documentario di Fischer, buona parte del film fu girata a Monaco e non a Londra) e in tal modo smorza, rendendole più facilmente assimilabili, quelle asprezze stilistiche di matrice “nouvelle vague” che rendevano piuttosto ostiche le sue opere precedenti, come Walkover (1965). Grazie a questa confezione – dinamica, colorata e spiritosa – Skolimowski riesce a trasfigurare quella visione non certo serena e pacificata della passione erotica in tonalità sorprendentemente ilari e talvolta giocose. Per fare un solo esempio, potremmo citare la scena in cui una colossale Diana Dors usa il ragazzo come una specie di giocattolo per il proprio piacere, scena che è tutta sviluppata su un registro grottesco-pecoreccio che dissimula la violenza che la pervade.

L’abilità nel tenere insieme una grande varietà di registri (dal grottesco all’assurdo, sino al tragico) è la caratteristica che più colpisce in Deep end (e che era propria anche dell’altro grande polacco cosmopolita emerso in quegli anni, Roman Polanski). Deep end è un film che è del tutto imprevedibile nel suo svolgimento ma che, allo stesso tempo, appare governato da una struttura rigorosissima e inesorabile: basti pensare all’utilizzo dei colori e alla presenza di vari indizi (il sangue sulla mano, gli elementi rossi, ecc.) che anticipano il finale tragico (magistrale, in particolare, il parallelismo che si viene a creare tra la vernice rossa che cola nella piscina nel finale e la parete progressivamente colorata di rosso nella precedente scena in cui la ragazza protagonista e la cassiera si scambiavano frasi e occhiate di rivalità). L’uso dei colori è testimonianza di questa capacità a cui già accennavamo – e che è forse il tratto principale dello stile del regista polacco – di costruire immagini e azioni che riescono ad essere, al medesimo tempo, reali e mentali, concrete e surreali. Immagini che, fra l’altro, si impongono per la loro bellezza e forza evocativa (memorabili in particolare le inquadrature sott’acqua – le quali non solo ad Enrico Ghezzi, che ha presentato le proiezioni, hanno ovviamente riportato alla memoria L’Atalante).

Nel corso della serata, Skolimowski ha letto anche un suo breve testo su verità e menzogna al cinema. Se Godard diceva che il cinema è “la verità, 24 volte al secondo” e se numerosi teorici hanno attribuito al mezzo cinematografico un ontologico legame con la realtà, Skolimowski ha ribaltato la prospettiva sostenendo che il cinema, fin dalle sue origini, non è (e non vuole essere altro) che menzogna. Anche nel documentario la menzogna sopravvive nelle scelte del regista e nel modo in cui elementi come il montaggio e la musica modificano la percezione della realtà. Le uniche rappresentazioni della verità della vita che Skolimowski ha detto di poter citare sono esperimenti come Sleep ed Empire di Andy Warhol. Ma ha aggiunto di aver dei dubbi che si tratti di film particolarmente memorabili. L’essenza e la finalità del cinema, non stanno dunque nell’illusione di rappresentare la “verità”, la “realtà”, ma piuttosto nella capacità di esprimere un punto di vista, che è sempre parziale, sulla realtà e, attraverso questo punto di vista, riuscire ad interessare e a coinvolgere lo spettatore.

Queste considerazioni su rappresentazione oggettiva della realtà e intervento del soggetto (con Andy Warhol collocato come polo opposto alla propria idea di arte e di cinema) ci sembra ricolleghi, in un ideale percorso di riflessioni, il testo letto da Skolimowski all’intervento svolto alla Milanesiana dello scorso anno (in quel caso non era un testo scritto, ma un breve cortometraggio) da un altro artista polacco, Zbigniew Rybczyński (di cui avevamo parlato a suo tempo – Too (Z)big!, in “NonSoloCinema”, 2010, n. 20).

Milano, 2 luglio 2011
_ La Milanesiana: Natura, numeri, bugie e una lunga notte
Spazio Oberdan: proiezione di “Deep end” di Jerzy Skolimowski, “Essential killing” di J. Skolimowski e “Starting out” di Robert Fischer. Alla presenza di J. Skolimowski e di Enrico Ghezzi.
Teatro Dal Verme: letture e interventi di J. Skolimowski, E. Ghezzi, Piergiorgio Odifreddi, Cédric Villani, David Nichols, musiche di Al Di Meola e proiezione di “The shout” di J. Skolimowski.
Foto a cura di Romina Greggio Copyright © NonSoloCinema.com – Romina Greggio