Paolo e Vittorio Taviani accompagnati da Nanni Moretti, presentano a Torino il loro film, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino.
“Vittorio classe 1929, Paolo classe 1931”. Il regista Nanni Moretti presenta così al pubblico torinese i registi di Cesare deve morire, Orso d’Oro al Festival di Berlino.
Paolo e Vittorio Taviani sono due giovanissimi ottantenni che si concedono con generosità al pubblico torinese. Li accompagna Nanni Moretti, che del film è distributore con la Sacher Film, ma è amico di lunga data dei registi, da quando ebbe una parte in “Padre Padrone” nel 1977: “Mi prendo dei meriti che non ho, il film è stato venduto, prima della vittoria, in 24 Paesi. Un film così bello non può restare in moviola, deve essere fatto vedere al pubblico. Un pubblico che spesso, come a volte gli esercenti, è pigro. Ma come distributore bisogna anche rischiare, e gettare dei semi affinché questo cinema diventi popolare“.
La scelta di essere presenti a Berlino in concorso nasce dalla volontà di far parlare del problema delle carceri: “Il concorso – ha spiegato Paolo Taviani – è il momento in cui la critica si mobilità e del film si parla“. Il pensiero torna continuamente agli interpreti, a “quelle facce cariche di passione nel vivere Shakespeare, che ha scritto il Giulio Cesare 500 anni fa, e che i detenuti hanno fatto proprio, con i loro volti che parlavano. Non possono essere paragonati ai grandi attori che hanno portato l’opera sul grande schermo, ma nei loro occhi c’era la verità di chi ha visto e vissuto l’assassinio e il tradimento“.
Di fronte a 400 persone Vittorio Taviani conferma che questo film “nato per caso, grazie a una nostra amica che ci ha portato in carcere a vedere l’Inferno di Dante recitato dai detenuti guidati da Fabio Cavalli” li ha trasformati in “carcerati per le quattro settimane di riprese“. Rebibbia è un carcere particolare, di alta sicurezza: “I detenuti fanno parte di organizzazioni criminali, del narcotraffico, sanno che saranno reclusi per molti anni. Si impongono ordine e silenzio in un ambiente in cui regnano innaturalezza, non-umanità. I carcerati vivono l’esperienza peggiore: sono muti per il mondo. Eppure anche se hanno fatto cose terribili, restano sempre uomini“.
Foto a cura di Alessandro Becattini Copyright © NonSoloCinema.com – Alessandro Becattini






