Pat Metheny e Brad Mehldau Trio

Antonio Di Lorenzo, giornalista de Il giornale di Vicenza e presentatore della serata, cita Parise parlando di “scenografie vicentine”. Il paesaggio che circonda Piazzale della Vittoria – di fronte c’è la basilica di Monte Berico – è infatti straordinario: in lontananza un tramonto infuocato dipinge di arancio le prealpi venete, mentre più vicino le case e i palazzi storici della città brillano alle prime luci della sera. Niente di meglio per assistere a un concerto di jazz raffinato con Pat Metheny e il trio di Brad Mehldau.

Si inizia con un set a due. Il chitarrista e il pianista si presentano sorridenti e molto casual. Dal primo pezzo, Unrequited, si intuisce che l’intesa è perfetta: l’idea di far incontrare due strumenti tra loro molto distanti, almeno nel jazz, era la base di partenza dei due dischi Metheny Mehldau e Quartet pubblicati tra il 2006 e il 2007 e l’esperimento pare riuscito. Quando Metheny si lancia in un assolo, Mehldau è subito pronto ad assecondarlo e a retrocedere limitandosi a un gustoso accompagnamento. Lo stesso accade nel caso contrario.
Scivola via la prima parte ed è già ora del secondo set in quartetto. Si aggiungono infatti Larry Grenadier al contrabbasso e Jeff Ballard alla batteria. Sono in camicia bianca, simbolicamente a contrastare i due protagonisti vestiti con maglietta nera. L’affiatamento è elevato: Grenadier rinvigorisce la carica dei solisti ed è egli stesso eccellente improvvisatore; Ballard suona d’impeto, tutto curvo sui tamburi, con le braccia apparentemente troppo rigide, invece abilissime nel modulare rullate e ritmi nervosi, taglienti o rilassati e suadenti a seconda del caso. Tra un brano e l’altro (tutti tratti dai due dischi citati prima) Metheny, sempre sereno e pronto a incoraggiare i compagni nei loro assoli con ampi e lenti cenni del capo, ha il tempo di sfoggiare l’immancabile guitar synth e la picasso guitar a 42 corde: strumenti dal suono particolarissimo che non possono non aumentare il fascino dell’esibizione.
Si arriva così al finale con When We Were Free (dall’album Quartet del Pat Metheny Group del 1996). Il chitarrista ringrazia il pubblico e tiene a sottolineare la bellezza del luogo. Bis affidato a Say the Brother’s Name, registrata la prima volta con John Scofield e ripresentata con il quartetto.
Tutti contenti a parte qualche fan, che si aspettava più di un ripescaggio dal repertorio d’annata, e un membro della security con il compito di evitare che venissero scattate foto. Dopo la scenata di Keith Jarrett a Umbria Jazz – palco abbandonato per colpa di un flash – è cresciuta la paura dei foto-kamikaze. Non hanno certo problemi Metheny e Mehldau, cordiali e gentili fino all’ultimo arrivederci.

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