“Permission to land”, THE DARKNESS

Il ritorno del...glam, con un sentito ringraziamento a Queen e AC/DC

I The Darkness, band inglese all’anagrafe, nello spirito e nei punti di riferimento, hanno (commercialmente parlando) fatto centro al primo tentativo con un album che sicuramente lascerà perplessi i duri e puri del rock ma che, come spesso NON avviene, si lascia ascoltare dall’inizio alla fine senza particolari momenti di noia (salvo l’ultimo pezzo) e senza mai dare la sensazione che, seppur ripetendosi nei suoi canoni essenziali, la differenza tra una traccia e l’altra stia solo nel titolo.

Lo sfondo musicale è quello tipico dell’hard-rock: granitico e forse, proprio per questo, senz’anima; tale “tappeto” viene però alleggerito, colorato e, sinceramente, innalzato a maggiore qualità artistica dalla voce di Justin Hawkins, un Farinelli in salsa glam-rock tanto bravo quanto limitato dal paragone (cercato ed inevitabilmente perso) con il compianto Freddy Mercury. Uno scenario a prima vista disarmante ma che riesce invece, nel suo complesso, a trovare il giusto equilibrio, grazie anche allo spirito dissacrante e scanzonato che accompagna musica e testi; il tutto crea una strana alchimia che alla fine…beh, piace. Pensando a loro viene in mente una sorta di gigante tutto muscoli, vestito come Ziggy Stardust, con la voce di Michele Giordano e la verve comica di Pieraccioni: visione rivoltante o estremamente divertente, dipende da come la si prende.
Lo scenario si apre con la potente Black suck, in pieno stile AC/DC, e Get your hands off my woman, che ne sembra il naturale proseguimento; entrambe danno subito una chiara impronta all’album, sempre (volutamente) in bilico tra sacro e profano, hard-rock e pop della peggior specie. Continuando i toni si ammorbidiscono (non troppo) con Growing on me e I believe in a thing called love: quì vengono a galla in modo abbastanza prepotente i richiami ai Queen (Crazy little thing called love?). Ma è Givin’ up quella in cui la sensazione del quasi-plagio nei confronti delle “regine” è più evidente, con, anzi, un assolo di chitarra a cui bisognerebbe togliere anche il “quasi”. Nel mezzo troviamo qualche pezzo di minor sostanza, come Love is only a feeling e Stuck in a rut, in cui l’attenzione un po’ cala per poi però riprendersi con l’ottava traccia, Friday night, che strizza l’occhio ai Cure di (guarda caso!) Friday I’m in love. Love on the rocks with no ice e Holding my own chiudono l’album: la prima in modo degno mentre la seconda, melodica e mielosa in modo stucchevole, un po’ meno,.
Permission to land, insomma, non fa certo dell’originalità uno dei suoi pregi ma l’ascolto dell’album ci concede una piacevole e divertente gita qualche anno addietro nella storia del rock, senza che mai la sensazione del “già sentito” (la quale, inutile negarlo, accompagna tutto il lavoro) rovini le belle sensazioni che suscita.
Un album, in conclusione, che va preso nel verso giusto, senza troppe pretese ma senza nemmeno troppi snobismi e soprattutto con lo spirito di chi, stufo della noiosissima scena inglese di questo periodo (ogni riferimento agli ultimi Radiohead, Coldplay e compagnia bella è puramente casuale), ha voglia di un po’ di spensieratezza, qualche brillantino e schitarrate alla Angus Young e non di grigia elettronica o mal posti problemi esistenziali.