La tenacia dei ricercatori, la passione degli studiosi impegnati a colmare vuoti che parevano incolmabili, hanno dato i loro frutti. E’ riemersa infatti, dopo secoli di oblio, quando ormai ci si era rassegnati a considerarla perduta, un’opera importante del Veronese, due allegorie che si aggiungono alle due già note, conservate al County Museum di Los Angeles.
Si sapeva di certo che queste ultime facevano parte di un gruppo di quattro ed ora, con un pizzico di fortuna, si sono individuate le due mancanti, sulle sponde del lago Maggiore. Si tratta di una scoperta che consente nuove riflessioni sulla produzione artistica del pittore. Lo si onora con un circuito espositivo che oltre a Verona comprende Bassano del Grappa, Padova, Castelfranco Veneto.
Tornano così ad offrirsi al pubblico le opulente grazie di queste giunoniche matrone, rifiutate dal gusto attuale che vuole donne filiformi o efebiche , ma molto apprezzate all’epoca, simbolo di femminilità e di fecondità, in seguito avvilite e negate fino alla estrema stilizzazione di un Modigliani. Sontuose le carni ed altrettanto sontuose le vesti che con parsimonia le ricoprono. Sono tele, broccati, sete resi con un realismo estremo capace di restituire il senso del tatto e della leggerezza. Sono broccati, sete, damaschi dei quali la Repubblica Veneta ha a lungo posseduto l’esclusiva dopo averli desunti dai mosaici e dipinti antichi. Non si può non ricordare il modo fortunoso , da vera spy story con cui i bachi da seta protetti dall’esportazione con leggi severissime, vennero trafugati dalla Cina imperiale nascosti nel bastone cavo di un frate evangelizzatore. La produzione era del tutto artigianale e la sua esclusiva protetta rigorosamente fino al XIX secolo quando i primi telai meccanici ne facilitarono e diffusero la produzione.
La mostra è il risultato di un accordo con il Los Angeles County Museum of Art che ha concesso in prestito i propri due Veronese per ricongiungerli alle nuove scoperte. Il periodo della loro realizzazione è collocato ai primi anni cinquanta del ‘500 con l’arrivo di Veronese a Venezia. E’ interessante notare, per inciso, che Veronese, Palladio, Daniele Barbaro collaborano nella realizzazione della Villa di Maser uno dei gioielli dell’arte settecentesca.
Viene così alla luce un lavoro sotterraneo svolto lontano dalla luce dei riflettori, lavoro prezioso senza il quale il cammino dell’arte si fossilizzerebbe nel ripetitivo e nell’ovvio, svolto da appassionati giovani e docenti che sono riusciti a riunire i teleri. Si può di passaggio notare come Villa San Remigio sul Lago Maggiore, famosa per i suoi giardini tematici , è stata l’occasione per chiedersi a chi appartenessero due tele fino ad allora genericamente definite “veronesiane”.
Fra le numerose celebrazioni in onore del Veronese si può considerare questa ritrovata unità come un evento degno e difficilmente ripetibile, visti i rischi e i costi che l’operazione comporta.
Invidiabile l’emozione provata dalla giovane studentessa – Cristina Moro – che con l’aiuto del suo professore dell’Università di Padova – Giovanni Agosti – ha sollevato i primi dubbi riscattando le due tele (allegoria della Scultura e quella con la sfera armillare) dalla limitativa definizione di “ veronesiane” per legittimarle del nome Veronese quale autore delle opere.
Il ricco catalogo, con le quattro allegorie riprese da ogni prospettiva, consente di godere poi privatamente di queste ben riuscite copie dei capolavori.
I quattro capolavori di dimensioni imponenti (circa 200 per 110 centimetri) raffigurano tutti figure allegoriche : tre sapienti antichi con in mano strumenti per la misurazione della terra e del cielo e una donna, allegoria della scultura. Si possono definire allegorie della navigazione per questi strumenti così necessari per solcare mari infidi da parte dei marinai della Serenissima.
La mostra proseguirà fino al cinque ottobre di quest’anno.






