Quattro chiacchiere con Luigi Maio

Ospite del TeCu2010 di Verbania, il Musicattore si racconta

I mezzi di comunicazione di massa hanno abbattuto le distanze, e in molti casi facilitato i lavori. Quante possibilità avrei avuto di intervistare Luigi Maio, il Musicattore genovese sempre in giro per l’Italia con i suoi spettacoli, se non ci fosse stato il telefono? Ma i vantaggi di una comunicazione così rapida e incurante della distanza, si trasformano subito nei limiti della non-presenza appena, dall’altro lato della cornetta, Maio comincia a raccontarsi. Non posso vederlo e me ne rammarico, perché mentre mi parla del suo lavoro, delle sue passioni, della sua voglia di fare e di scommettere su se stesso, ne sento brillare la voce. È solo aldilà di un apparecchio, eppure riempie la stanza in cui sono seduta di immagini e calore: Luigi Maio è una personalità potente e un lavoratore instancabile, un amante ed un cultore della musica, del teatro, della lirica, e del nostro Paese. È difficile anche definire questa un’intervista: Maio è talmente innamorato di ciò che fa, che parla delle sue esperienze come se descrivesse la donna dei sogni, seguendo un “flusso di coscienza” incontenibile, che quasi ipnotizza.

La prima domanda è quasi scontata. Luigi Maio ha depositato due marchi per altrettanti concetti fondamentali e fondativi della sua carriera: Musicattore, come si autodefinisce, e Teatro Sinfonico. Perché?

Quello di “Musicattore” è un termine che ho creato per specializzare, ma anche proteggere, il mio lavoro: è capitato che alcuni, vedendo i miei spettacoli o leggendo articoli, locandine, presentazioni dove compariva il neologismo da me coniato, hanno iniziato ad applicarlo. Ciò -se da un lato mi inorgogliva- poteva generare confusione, perché indebitamente utilizzato in contesti sbagliati da artisti privi di adeguata preparazione “anfibia” (teatrale e musicale). Ecco perché ho protetto i due marchi con un copyright. Nelle mie opere non sono soltanto un attore e/o un cantante, ma anche un autore, un pianista e un compositore, e la primitiva definizione di “cantattore” non mi calzava, perché enfatizzava solo l’interprete senza tener conto del compositore e del drammaturgo: era, insomma, riduttiva e la si poteva confondere con “cantautore”. Oltre a portare sul palco lavori già scritti, infatti, ne creo di nuovi: dal libretto recitato alla partitura orchestrale. Mi occupo di un teatro che ha bisogno di un attore-musicista completo, per entrare nel vivo di ciò che sta mostrando al pubblico: Musicattore raccoglie questo concetto, e non deve essere travisato e plasmato a piacimento di altri. L’eredità culturale italica ha un retaggio poliedrico, rinascimentale e, parlando tra il serio e il faceto, in un’era di specializzazione ho voluto “specializzarmi in poliedricità”’. In quest’ottica, la figura del Musicattore non può e non deve ridursi a quella di mero esecutore. L’idea di “Teatro Sinfonico”, invece, unisce due generi di spettacolo in uno: non stiamo parlando solo di teatro, ma anche di concerto. Esso si affianca al Teatro da Camera perché si serve di un’orchestra sinfonica, ma non è un genere ibrido, è qualcosa che ha vita propria: è, appunto, Teatro Sinfonico. Permette di sposare due realtà in modo ludico. Come disse Walt Disney del suo Fantasia, si vedono le note e si odono i suoni. Ed è il Musicattore il vero specialista del Teatro Sinfonico/Cameristico.

Al recente TeCu2010 (TeatroCultura) di Verbania ha portato in scena l’opera L’Histoire du Soldat, già definita una sorta di suo “cavallo di battaglia”per la quale ha vinto nel 2005 il Premio Nazionale della Critica: ce ne parli.

Avevo 5 anni quando i miei mi regalarono un disco con le musiche di questo lavoro, e io ne rimasi affascinato. Scritto da Charles-Ferdinand Ramuz e musicato da Igor Stravinskij, è un’opera del 1918, eppure è molto più attuale di tante produzioni contemporanee. Con l’Histoire, Stravinskij ha tentato di recuperare la sua fortuna, andata perduta con la Rivoluzione d’Ottobre: aveva infatti depositato i diritti delle sue opere presso lo Zar,ormai ucciso. Rifugiatosi in Svizzera per scampare alla sorte riservata al fratello, scomparso anch’egli in quei tumulti, e per sfamare la moglie e i quattro figli, l’autore di capolavori immortali come L’Uccello di fuoco e Le Sacre du Printemps si inventa questa favola per sette strumenti, in cui l’interprete attorale risulta essere l’ottavo, perché il testo poetico è presente sul pentagramma: facendomi Musicattore, ho potuto interpretare “trasformisticamente” tutti i personaggi della trama come nell’originale – e mai attuata – idea dei suoi autori. Ho persino azzardato che Stravinskij, affidando la recitazione alla linea verticale, ritmica, della partitura piuttosto che alla linea orizzontale melodica, è stato un precursore del Rap!
L’opera si può portare in tournée con l’impiego di pochi mezzi e può essere messa in scena con massima agilità d’allestimento, lontano dalle spese astronomiche delle grandi produzioni. La storia si ripete: nell’essere aderente alle esigenze economiche ed artistiche de L’Histoire, dettate dalla crisi post-bellica, anche il mio teatro trova maggiore spazio all’interno dell’odierna crisi. Ed è singolare che, per le caratteristiche intrinseche dei miei spettacoli, i quali necessitano di pochi mezzi e spese, siano aumentati sensibilmente gli ingaggi proprio in questo periodo di crisi. Questo non solo per la sempre più crescente attenzione dei media, ma anche perché, in quanto Musicattore, riunisco tutte le professionalità in una, occupandomi della parte attorale, autorale, musicale, registica, scenografica, organizzativa e grafico-bozzettistica, al semplice costo… di un cachet. Gaetano Santangelo, direttore di Amadeus, prestigiosa rivista per cui ho inciso il cd de L’Histoire coi Solisti della Scala e con Domenico Nordio (siamo già alla terza edizione!), ha rilevato che la mia preparazione interdisciplinare riduce sensibilmente i tempi di prova: spedendo via mail le parti musicali agli interpreti con cui dovrò lavorare, sulle quali annoto anche le essenziali indicazioni registiche, recupero il sempre più limitato tempo per mettere insieme il tutto. Tale natura poliedrica, se da un lato velocizza i tempi di realizzazione, dall’altro tende ad approfondire l’aspetto filologico e didattico di un’opera: la mia versione dell’Histoire recupera proprio l’idea originale di Stravinskij: un unico interprete calato in tutti i ruoli per esaltare il tema del Doppio, come accade nella musica del grande Igor, dove la melodia ingenua e soldatesca viene subito parodiata dal ghigno infernale dell’antagonista celato tra le note di sette strumenti musicali. La Critica ha voluto così premiare, nel 2005, anche il personale recupero filologico dell’opera, scaturito proprio dalla volontà di far ritrovare sul palco le emozioni primordiali e le aspettative che l’ascolto della sola Suite su disco mi dava da bambino, e che le versioni da me fruite come spettatore avevano disatteso, dandomi la sensazione di una rappresentazione interrotta da un concerto, o viceversa. Nel dimostrare che L’Histoire costituisca il primo esempio di un genere teatrale nuovo, e non una sporadica sperimentazione contaminante parole e note (alibi per chi non aveva adeguata preparazione nel concertare entrambe) ho cercato anche di offrire ai giovani musicisti la possibilità di nuovi ambiti d’impiego anche presso i teatri di prosa: spesso in passato l’ensemble veniva sostituito da una base registrata e ora, dopo 20 anni di successi, posso dire che stia crescendo la sensibilità verso la musica dal vivo nelle produzioni teatrali!

Il pubblico come ha accolto questo tipo di spettacolo?

I media hanno incentivato l’spirazione al protagonismo coatto nello spettatore televisivo medio, quando in questo momento l’attenzione maggiore dovrebbe andare alla formazione di platee esigenti, senza le quali la macchina scenica non ha ragione di esistere. Raggiungendo settori di pubblico sempre più trasversali, ho minato il pregiudizio di alcuni verso nomi altisonanti come quello di Stravinskij, che può incutere soggezione a chi non ne abbia familiarità. Coi miei variegati successi, più che di un’esperienza di massa, si potrebbe parlare di elite estesa… ma che cos’è poi la massa? Siamo davvero sicuri che il pubblico sia quell’entità anestetizzata e informe che i media tecnologici vogliono farci credere? Il successo cinematografico di saghe che esaltano il potere magico acquisibile con lo studio e la dedizione non ci fornisce forse lo specchio di un pubblico che prova ancora una certa curiosità conoscitiva e che in fondo non vuole rispecchiarsi nella massa? Se dico di rivolgermi a porzioni elitarie del grande pubblico, è perché forse col mio lavoro evidenzio in esso una “nicchia estesa”, nei limiti e nelle circostanze dettate dalle occasioni contingenti delle rappresentazioni. Come diceva Karl Valentin, “bisognerebbe istituire il teatro dell’obbligo”. Sono contento che la mia versione italiana dell’Histoire du Soldat, reintegri alcune tematiche che l’autore Ramuz aveva precedentemente censurato, come lo sfruttamento sessuale dei minori, facendo di essa un testo UNICEF. E proprio i bambini sono spesso il pubblico principale al quale mi rivolgo, con opere propedeutiche all’ascolto della lirica pensate apposta per loro, e che ormai fanno parte di quello che viene chiamato appunto, il “Metodo Maio”. Quando allestisco spettacoli per le scuole, d’accordo con le maestre faccio studiare i testi originali delle opere liriche più importanti, gli stessi che la mia riscrittura parodizza mantenendone le originali assonanze: al momento di declamarle in scena, i bambini, ridendo, mi “rimproverano” citando i versi giusti, sbalordendo i genitori che quasi si vergognano della superiore preparazione dei figli. Coltivando la cultura aiutiamo il Paese: il denaro è un prodotto culturale della civiltà, e una civiltà senza cultura è conseguentemente priva di denaro. Anche Stravinskij lo sottolinea nella storia del Soldato: non demonizza la ricchezza, essa può veicolare arte e ricerca, ma nonostante l’agiatezza ottenuta dal Diavolo, il Soldato, ignorante più che ingenuo, si stanca presto di ciò che ha ma che non comprende. Triste specchio di una società sempre più grottesca, egli non avrà posto in Paradiso, tanto meno all’Inferno, ma troverà accoglienza nel girone degli Ignavi…

Un giudizio veloce sul TeCu2010…

È un faro. Un esempio di come forze politiche trasversali si sono unite per creare arte, cultura, spettacolo. Comune, Provincia, Regione, hanno cooperato all’insegna della politica quale impegno civile, rivolta ai cittadini, e non meramente partitica, dimostrando che la cultura sia anche business in quanto commerciabile. E questo Verbania l’ha capito eccome! Vi lavorano professionalità del settore di grande esperienza e competenza, e quando un artista si trova a proprio agio nel contesto in cui è chiamato a mettere in scena il proprio lavoro, accanto a figure del calibro di Mughini, del Direttore Caldi, dei Solisti della Scala e dei figli di Guido Crepax, coordinati dalla brava Paola Palma, il risultato è sempre eccellente.

A proposito di media a largo consumo: Maio, qual è il suo rapporto col web?

Io ritengo Internet come un pharmakon per come è inteso nella cultura classica: elisir o veleno a seconda dell’uso che se ne fa. Ci vogliono gli strumenti critici per poterne usufruire correttamente, evitandone le trappole. Sicuramente è un’enorme risorsa con cui si stanno facendo e si potranno fare cose interessanti per la cultura.

Progetti futuri?

Una tournée che toccherà la Spagna col mio mozartiano Un Piccolo Flauto Magico insieme al prestigioso Nuovo Quintetto Italiano, poi un nuovo progetto per la celebre Fondazione Antonio Mazzotta, e una collaborazione con Sergio Pellegrini e i solisti del Regio di Parma con un’opera dal titolo ancora top secret! Per il futuro prossimo invece, una serie di appuntamenti in tutta Italia: mi diverte, al pari dei capocomici del passato, anziché girare con un solo spettacolo, alternare in date diverse, diverse rappresentazioni del mio repertorio: al momento ne ho a disposizione più d’una trentina!

www.luigimaio.it
www.teatroculturaverbania.it