“RETOUR A GOREE” DI PIERRE-YVES BORGEAUD
Memorie di Schiavitù
Il regista svizzero Pierre-Yves Borgeaud segue il celeberrimo cantante e compositore senegalese Youssou N’Dour nel suo viaggio alla ricerca dei figli musicali della diaspora nera che lo porterà da Dakar, nel suo Senegal, in giro per il mondo fino a New Orleans, nel cuore degli Stati Uniti d’America.
Tanti i figli perduti dell’Africa che l’artista senegalese riporterà in patria. Una patria, l’Africa, che è certamente sua ma che è anche di tutti quei neri d’America, diretti discendenti dei milioni di schiavi deportati per quasi trecento anni (dagli anni Trenta del 1500 fino agli anni Trenta del 1800) dalla madre patria. I migliori giovani, i più prestanti e sani, costretti a varcare la porta del non ritorno dell’isola/carcere di Gorèe, tre chilometri al largo di Dakar, vera e propria testa di ponte dei mercanti di schiavi. Deportati in America, in Brasile, a Cuba, nelle colonie caraibiche francesi, costretti ad abbandonare il proprio nome e le proprie radici venendo ribattezzati col cognome del loro padrone, separati per sempre dalla loro famiglia.
Youssou N’Dour decide di dare vita a questo progetto in cui la sua musica diventa simbolo e tramite per riallacciare, recuperare i contatti dei discendenti della diaspora. A Ginevra il pianista cieco Moncef Genoud, ad Atlanta un quartetto gospel di voci maschili, a New Orleans il batterista Idris Mohammed e un contrabbassista, a New York una splendida vocalist, in Lussemburgo un chitarrista e un trombettista. Tutti musicisti jazz, genere in cui Youssou N’Dour percepisce la presenza nascosta della musica della sua, della loro Africa. La commistione fra le composizioni dell’artista di Dakar e i riarrangiamenti jazz sono di una potenza evocativa non comune, di una bellezza quasi ancestrale e indescrivibile. Il gran finale, col ritorno all’isola di Gorèe al largo di Dakar, è degna conclusione di un viaggio quasi catartico.
L’idea di partenza, il concept alla base di questo documentario è, oltre che incredibilmente intelligente, di una chiarezza quasi cristallina: è sempre successo che fossero i figli americani a tornare in Africa alla ricerca dei padri, ora sono le radici che partono dal continente nero per risalire fino alle foglie che si diramano in tutto il mondo. Due problemi sono sorti durante la visione, il primo indipendente dal film, il secondo strettamente correlato ad esso. A causa di un’incompatibilità fra il supporto video in Betacam e quello audio, la colonna sonora del film ha risentito di distorsioni e complicanze varie. E un film che si appoggia quasi totalmente sulla sua musica, per altro come detto meravigliosa, non può che risentire di questo problema. Ma la vera questione del film sta proprio nella messa in scena. Pur supportato, come accennato, da una tesi mirabilmente chiara e intrigante, la realizzazione di Borgeaud risente di alcuni difetti di fondo. Uno sviluppo non lineare e a volte poco chiaro, un montaggio fallace caratterizzato da molti marchiani errori di sintassi e in generale uno spazio diegetico che sembra lasciare poco spazio all’improvvisazione extra musicale, che sembra troppo sceneggiato e troppo poco spontaneo.
Regia: Pierre-Yves Borgeaud
Interpreti: Youssou N’Dour, Moncef Genoud, Boubacar Joseph Ndiaye, Harmony Harmoneers
Durata: 108′
Svizzera, Lussemburgo – 2007