“Rabbit Hole” di John Cameron Mitchell

L’insopportabile peso di un dolore insopportabile

Nel nostro Occidente, appena il secolo scorso, le madri sapevano che il loro bambini potevano morire. Ancor oggi, in territori più lontani, le madri assistono a lente agonie, per fame e sete, per guerre ed embarghi che impediscono la cura delle malattie. Ma, anche nel degrado del nostro mondo, possono morire i piccoli. Di notte, nel rogo di una baracca o a pochi giorni dalla nascita, soffocati dal freddo.
Ovunque, la morte può colpire, ma non sempre si è capaci di portarne l’insopportabile peso.

I Corbett vengono lacerati da una morte improvvisa: Danny, quattro anni, rincorreva il cane tra i giardini delle ville residenziali del Queens, e la macchina guidata da un adolescente non si è fermata in tempo.
Dopo otto mesi, nulla può dare tregua al dolore di Becca, un dolore sordo e rabbioso che scava una voragine e l’allontana da tutti. Con Howie, frequenta un gruppo d’ascolto, ma il confronto non le reca nessun conforto.
Disperata ferisce gli altri, e se stessa. Rifiuta con violenza la condivisione della perdita che le offre la madre, colpita undici anni prima dalla morte del figlio, perché non è paragonabile la morte di un tossico a quella di un bambino. Allontana Howei: non lo sfiora più, e non si lascia più sfiorare da lui.

John Cameron Mitchell abbandona la colorata trasgressione trasgender di Hedwig e la coralità provocatoria di Shortbus, per trasporre con monocromatica eleganza la pièce di David Lindsay-Abaire, vincitore del premio Pulitzer. Esplora, con attenzione, le impercettibili sfumature del dolore, le dinamiche di una coppia che ha perso il proprio bambino, senza mai essere banale e senza ricorrere a facili equazioni. Narra la quotidianità del lutto. I riti e il disperato tentativo di tregua. Racconta il femminile e il maschile e il funzionamento dell’elastico meccanismo della lontananza e della vicinanza dal dolore.
Howie, guarda al futuro, ma resta legato agli oggetti che lo ancorano al passato: di notte, al buio, guarda il filmino di Danny e in macchina c’è ancora il seggiolino. La sua disgrazia ha un tempo e un colpevole e nel suo futuro c’è lo spazio per pensare a un altro bambino. Becca è impietrita, chiusa, ma vuole sbarazzarsi degli oggetti, non per lenire qualcosa che sa radicato e profondo, ma per allontanare elementi che non appartengono più alla sua vita, perché ora c’è solo l’assenza. Poi, un’intuizione che da principio può assumere la forma pericolosa dell’ossessione, la spinge ad avvicinarsi al colpevole della morte di suo figlio. Nasce una condivisione e nuovi mondi da esplorare per immaginarie e concrete consolazioni e una materna e filiale vicinanza.

Rabbit Hole, supportato dall’ottima interpretazione di Nicole Kidman, Aaron Eckhart, Dianne Wiest e Miles Teller, scandaglia e illumina la complessità dell’animo umano e l’incomunicabilità del dolore. Lo fa con attenzione e delicatezza, lasciando il tempo alla macchina da presa di registrare le note che vengono dal profondo. John Cameron Mitchell dimostra di saper raccontare sentimenti laceranti, contraddittori e credibili, di saper contenere e dosare l’evidenza e la forza delle immagini e di saper sfiorare, con la punta delle dita, nuove occasioni, per riavvicinarsi, per amare gli altri e sé stessi. Nulla di miracoloso; solo il coraggio e la fatica di un percorso.

Titolo originale: Rabbit Hole
Nazione: U.S.A.
Anno: 2010
Genere: Drammatico
Durata: 90′
Regia: John Cameron Mitchell
Sito ufficiale: http://www.rabbitholefilm.com/index.html
Sito italiano: www.videa-cde.it/rabbithole
Cast: Nicole Kidman, Aaron Eckhart, Sandra Oh, Dianne Wiest, Jon Tenney, Tammy Blanchard, Giancarlo Esposito, Miles Teller, Patricia Kalember
Produzione: Olympus Pictures, Blossom Films, Odd Lot Entertainment
Distribuzione: VIDEA CDE
Data di uscita: Roma 2010
11 Febbraio 2011 (cinema)