Roma… e il Festival che non c’è

Sensazioni dalla sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma

Frequentando in questi giorni il Festival Internazionale del Film di Roma, la prima cosa che salta agli occhi è che il Festival… non c’è.

Nonostante, infatti, l’ammirevole sforzo della squadra Rondi-Detassis nel proporre una rassegna più variegata possibile, soprattutto nelle sezioni collaterali di Alice, Focus ed Extra che in alcuni casi superano in centralità la selezione ufficiale, manca quel giusto clima che dovrebbe accompagnare un simile evento. Mai come quest’anno, infatti, il Romafilmfest ha risentito del disagio causato dalle innumerevoli polemiche politiche che già dalle passate edizioni si erano manifestate come il palese desiderio verso una sua cancellazione.

Il risultato è quello di un Festival colpito al cuore, che non si sente amato e che quindi fatica a trovare una sua vera ragione di esistere perché gli viene negata una certa serena continuità, che risulta tenuto in vita solo dall’ossigeno insufflato da chi, a denti stretti, continua a crederci strenuamente e soprattutto da quell’inossidabile pubblico dell’Auditorium che da sempre ha mostrato affetto verso questa Manifestazione ad alto tasso di popolarità. Ed è quello stesso pubblico che due sere fa ha tributato un lunghissimo applauso al nostro Presidente Napolitano che, con la sua presenza tra il pubblico ed il gesto di pagare per sé e la sua consorte il biglietto per la serata, ha regalato a questo bistrattato Festival capitolino assai di più di quel sospirato, e poi negato, simbolico contributo statale.

Tuttavia, ciò che più di ogni altra cosa manifesta l’insanabile crisi della kermesse romana, è l’offerta assai ridotta di pellicole rispetto alle passate edizioni, oltre al fatto che molte di esse hanno già partecipato ad altre rassegne come Toronto, Locarno, Berlino e Sundance film Festival. E’ il caso di Luc Besson con il suo [The Lady->23863->23863], film sulla figura privata e familiare del Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, Pina 3D di Wenders sulla coreografa Pina Baush, la dolce storia d’amore Like Crazy, nonché la brillante commedia (peraltro in Concorso) Hysteria ambientato nella Londra vittoriana, sino allo splendido film inglese Tyrannosaur, con un intenso Peter Mullan, indimenticato protagonista di My name is Joe di Ken Loach e regista di Magdalene.

Tuttavia, qualche sorpresa non è mancata. Nella Sezione Alice, in Concorso, c’è da segnalare il debutto cinematografico alla regia di Emanuelle Millet ne La Brandille, toccante ma asciutta storia di una diciannovenne alle prese con una gravidanza imprevista, che dapprima non accetta, ma che poi decidere di portare avanti per dare il proprio bambino in adozione; sempre in Concorso, ma nella Sezione Ufficiale, meritano menzione Une vie Meilleure, film di Cèdric Kahn su una coppia che si ritrova sommersa dai debiti solo per avere tentato, un po’ ingenuamente e senza avere sufficienti risorse finanziarie, di aprire un ristorante e Love for life, commovente storia d’amore di una giovane coppia di un piccolo villaggio cinese colpito dall’AIDS; mentre per Focus, merita una menzione il film inglese Weekend di Andrew Haigh, regista al suo secondo lungometraggio, che riesce a raccontare con la giusta naturalezza la storia d’amore omosessuale tra Russel e Glen, grazie ad uno stile asciutto ed intimista di rara sensibilità; ed infine per Extra Circumstance, della regista iraniana Maryan Keshavarz, che ci racconta coraggiosamente la scabrosa storia d’amore tra due ragazze nell’Iran di oggi.

Quanto alle pellicole italiane in Concorso, sicuramente sono da segnalare L’industriale di Montaldo, grazie anche ad una convincente interpretazione di Pierfrancesco Favino ed il sorprendente film di esordio di Ivan Cotroneo ne La kriptonite nella borsa. Ma il Festival non è ancora finito….