“Romanzo Criminale” – La serie

Il tempo della svolta, che avvicina la resa dei conti (1x08; 1x09; 1x10)

Quando, per esigenze produttive, narrative o spettacolari, una serie è costretta a cambiare storyline in corso d’opera – dopo aver superato il giro di boa – il pericolo di fallire è sempre in agguato.
Dopo il trascinante coup de théâtre del settimo episodio, anche Romanzo Criminale si trova nella condizione di dover far ripartire il racconto daccapo, superando – come la banda – l’ostacolo Terribile.

E se non fallisce, impresa difficile vista la solidità ormai acquisita, di sicuro deve fare in modo di riassorbire l’assestamento che, seppur gestito con abilità, non è meno traumatico: e così ci troviamo di fronte a episodi all’apparenza di transizione, che raccontano una nuova realtà della banda, approfondendo più i personaggi e i loro corollari che raccontando nuove storyline, ma fornendo le basi per il finale di stagione.
Liberi dal giogo di Terribile, Libano e gli altri puntano al salto di qualità a far entrare la banda nel giro degli affari puliti, e non solo in quelli criminali: per questo si affidano al Secco, il contabile della camorra che si occuperà di gestire e ripulire il loro denaro. Ma la salita al potere è difficile, porta la banda a spezzarsi e disunirsi (il Dandi tormentato da Patrizia, il Freddo va in crisi, Libano colto da manie di grandezze), mentre a occuparsi di loro arrivano i servizi segreti.

Tre o quattro linee narrative che s’intrecciano, con al centro soprattutto quella che delinea la parabola della banda, arrivata tanto in alto da poter cadere, e che diventa anche la metafora politica della serie, che vive di specchi e rimandi tra il fronte interno (la difficile relazione tra il triumvirato e i sottoposti e i luogotenenti) e quello esterno, insidioso e losco, capace di dare una mano e appoggiare, quanto di manovrare contro, a seconda di che ruolo si sceglie di giocare: non a caso, mentre narrativamente il ritmo stenta un po’, in questi episodi viene completamente fuori l’affresco della Roma dell’epoca covo di vipere tanto ai piani alti (la cui frettolosa uscita di scena nel decimo episodio ci fa sospettare), quanto ai piani bassi (neo-fascismo, sfollati, nuova urbanizzazione).
In questo, per contrasto, appare ancora più evidente la stilizzazione filmica che, con l’ascesa della banda, sale di grado, diventando quasi dichiarazione d’intenti, evidente fin dal nuovo abbigliamento di Libano per arrivare al finale speculare del decimo episodio, tra il magistrato e Libano, entrambi di rientro a casa, passando per l’uso della violenza nell’”episodio” di Bufalo; anche se – va ammesso – per la prima volta la narrazione mostra qualche cedimento, dovuto più che altro alla necessità di riproporre situazioni già viste per dargli diverse sfumature (sia Freddo, che il tris Libano, Dandi, e Fierolocchio tornano in carcere).
In attesa del salto narrativo che il cambiamento di rotta presuppone, e che dovrebbe accompagnare il gran finale, la sceneggiatura preferisce lavorare di fine sui personaggi secondari e sui sottotesti più allegorici del racconto, lasciando alla regia il compito di creare suspense con poco e senza le pause d’ironico alleggerimento che costellavano i primi episodi. Montanari guadagna col cambio di rotta e il suo grugno perenne appare meno granitico se cinto da un lungo cappotto di pelle nera, mentre Marchioni migliora di episodio in episodio e dà il meglio di sé nel decimo, quando si trova costretto a gestire il vertice della banda; dei nuovi, lo spazio maggiore se lo prende Nero, interpretato da un Emiliano Coltorti che, pur aiutato dal facile confronto con Riccardo Scamarcio, a tratti vacilla.
Al contrario dell’attesa per un finale, che ci auguriamo, esplosivo.