“Romanzo Criminale” – La serie

Il tramonto sull'impero del Libano (1x11; 1x12)

Siamo giunti alla resa dei conti, e a tracciare dei bilanci, oltre che a fare progetti e propositi per il futuro. La serie tratta da Romanzo Criminale giunge alla conclusione del suo primo – e probabilmente non ultimo – ciclo con un doppio episodio che, normalmente, sarebbe esplosivo, devastante, ricco di azione e di morti e di epifanie e rivelazioni.
Mentre Sollima e soci scelgono una via diversa.

Proprio per sottolineare la diversità rispetto a moltissima fiction, non solo italiana, gli autori hanno scelto un primo episodio di assestamento, tutto giocato sui legami personali dei personaggi, per poi lasciarsi andare a un cupio dissolvi, una chiusura in diminuendo che sembra una lunga dissolvenza in nero, che getta un velo di malinconia, il primo ascesso di umanità, lanciato più come ultimo saluto che come velo di rivalutazione morale.
Infatti le cose nella banda sempre peggio: stretti dall’accordo coi servizi segreti, i nostri cominciano ad allontanarsi, soprattutto Freddo. Libano, sempre più solo, diventa sempre più dipendente dalla droga e terribilmente paranoico, tanto che, da solo, dovrà cercare di mettere tutto a posto.

Come dicevamo, parlando dei tre precedenti episodi, dopo la morte di Terribile il tono e l’intreccio sono abbastanza cambiati: l’azione, gli intrighi criminali e di genere si sono trasformati in un ancora più consapevole e cupo affresco socio-politico che attraverso le evoluzioni dei rapporti tra i personaggi, e la parabola della banda, parla della Roma e dell’Italia, tanto che si comincia con la strage di Bologna e con le collusioni tra Stato e neo fascisti.
In questo contesto, significativa appare l’ideale alleanza di Scialoja e Freddo contro l’impianto della giustizia, contro la sottile dittatura giustizialista che in quegli anni attanagliava l’Italia, e che – ovviamente – li vede sconfitti a loro modo.

Ma quello che più sorprende e colpisce in questo finale di stagione è la scelta di un tono progressivamente più cupo e allucinato, che dalla voglia di libertà ed evasione legata al passato (tutti i personaggi si confrontano con ricordi e nostalgie) passa gradualmente a seguire il percorso da zombi di Libano, che preda della coca e della propria solitudine fa dell’ultimo episodio, dei suoi gesti ora grandiosamente tragici ora squallidamente egoistici, in cui la materialità e la concretezza dell’allegoria del potere e del denaro trasfigura nella funerea elegia di un mondo e di un modo di vivere il “sogno italiano”.

La sceneggiatura ha gioco facile nel chiudere gli intrighi, nel lasciare spiragli e nel raccontare i rivoli e le macerie della banda giocando coi dettagli (il bicchiere, la pulizia della stanza), anche perché – più che negli altri episodi – il successo del prodotto passa dalla regia e dalle scelte stilistiche, che riescono a equilibrare perfettamente i rimandi cinefili (dal Padrino a Scarface) con la descrizione di un disfacimento umano e sociale che chiude il cerchio in un bellissimo finale muto e doloroso, chiuso dall’inquadratura del futuro capo della banda.

Montanari, punto debole del cast, ha l’occasione per rilanciarsi, e lo fa alla grande, con un ultimo episodio da assoluto protagonista (straziante il monologo alla finestra della mamma) in cui fa passare tutto lo spirito del personaggio, e, da re di Roma, fa inchinare il resto dei compari. E noi, ancora emozionati e a nostro modo sopraffatti, c’inchiniamo alla realizzazione di una serie finalmente eccellente, di cui speriamo una futura realizzazione.