“SEMIRAMIDE” DI GIOACHINO ROSSINI

Una visione innovativa per la più empia regina

Il Teatro dell’Opera di Roma ha inaugurato la stagione di quest’anno con l’ultima opera composta in Italia di Rossini nel 1823, la prima ad essere rappresentata al Teatro Costanzi nel 1880.

Si festeggia così il 125nario dell’inaugurazione del teatro lirico capitolino per eccellenza: l’ultima grande opera barocca viene messa in scena da importanti artisti, per questo evento, con grande magnificenza e successo di pubblico.
La Semiramide che ci propone la collaborazione tra Gianluigi Gelmetti e Pier Luigi Pizzi ha tutte le carte in regola per aprire il 125esimo anno del Teatro dell’Opera di Roma: scenografie imponenti e scelte forti all’insegna della grandiosità si adattano efficacemente alla musica e al libretto.

Interessante la direzione a cui tendono le varie componenti dell’allestimento e la modificazione di alcuni elementi narrativi: tutto l’insieme è finalizzato a concentrare l’attenzione sulla protagonista, presente in scena in modo quasi ossessivo e accentuato dalla fissità al centro del palcoscenico del talamo regale.

La perversa regina babilonese, che da il nome alla tragedia, fin dall’inizio è mostrata nell’intimità del suo letto e dei suoi sogni agitati, in questa dimensione centrale, parallela e al tempo stesso compresente al resto della imponente scenografia che riproduce un tempio di Belo in versione cattedrale barocca dalle oppressive colonne. Il distacco tra le due realtà, quella formale e liturgica contrapposta a quella costituita dal nocciolo espressivo e quotidiano, porta la seconda ad emergere nonostante l’atmosfera e lo stile dell’insieme sia uniforme, solenne e grandioso.

I movimenti, le disposizioni verticali e orizzontali, il mostrato e il nascosto, tutto è sapientemente costruito allo scopo di dare un significato profondo al visibile e i diversi elementi si rapportano tra loro in un gioco di stonature e variazioni che contribuiscono ad arricchire la figura di Semiramide.

I tagli narrativi non servono solo a rendere l’opera più accessibile e adatta al pubblico e ai tempi dei giorni nostri, ma asportano ciò che tende a distogliere l’attenzione dalla prospettiva focalizzata internamente su ciò che sente la protagonista. Una scelta che può lasciare perplessi ma, se si riflette attentamente sulla funzione che svolge, risulta comprensibile e intelligente: presentare la trama con una logica costante e unilaterale conferisce una maggior continuità dell’azione segmentata tra le scene a numeri chiusi che Rossini mantiene in virtù della sua formazione classica. Almeno questo sembrerebbe essere stato l’intento dei realizzatori, in parte attenuato dalle ricorrenti interruzioni per gli applausi di entusiasti spettatori che hanno potuto apprezzare a tal punto l’opera grazie a questo maggiore contatto con la protagonista e alla bravura dei cantanti, tra i quali spicca il triangolo protagonista Darina Takova-Anna Rita Taliento, Daniela Barcellona-Carmen Oprisanu e Michele Pertugi-Ugo Guagliardo.

Un altro espediente tecnico molto efficace ed originale è costituito dalle due passerelle ai lati del palco che sporgono verso la platea al di sopra dell’orchestra, in cui viene lasciato completo spazio al virtuosismo dei cantanti, sempre all’insegna di un rapporto più diretto con lo spettatore, per uno spettacolo vicino ai giorni nostri. L’apertura della tomba di Nino, composta e meccanica, lascia spazio alla forza travolgente della musica senza esagerare in inutili effetti speciali.
Un insieme di elementi articolati sapientemente per mezzo di scelte originali, audaci e assai significative.

SEMIRAMIDE
Opera lirica in tre atti; Libretto di Gaetano Rossi,
dall’omonima tragedia di Voltaire; Musica di Gioachino Rossini; Orchestra e coro del Teatro dell’Opera; Maestro concertatore e Direttore d’orchestra: Gianluigi Gelmetti; Regia, scene e costumi di Pier Luigi Pizzi; Maestro del Coro: Andrea Giorgi; Disegno Luci di Vincenzo Raponi