“SEPT ANS” DI JEAN-PASCAL HATTU

Giornate degli autori
Selezionato nella programmazione delle Giornate degli autori, “Sept ans” narra la storia di una donna il cui marito viene condannato a sette anni di prigionia. Jean-Pascal Hattu, regista francese al suo primo lungometraggio, affronta il delicato tema dell’assenza e della lontananza con uno stile sobrio e delicato, lontano da ogni eccesso.

Un autobus si ferma, fa scendere i suoi passeggeri e poi riparte, lasciando dietro di sé un muro vuoto. È lo stesso muro che ritorna ciclicamente negli ottantasei minuti di proiezione di Sept ans, quando il campo riempito dalle donne in fila per far visita al marito in carcere si svuota, senza che la macchina da presa le segua.
È l’assenza la vera protagonista del primo lungometraggio del giovane Jean-Pascal Hattu: un’assenza fisica, quella di un uomo da amare e con cui condividere la gioia della quotidianità; un’assenzapresenza, senza alcun affetto esterno, se non quello tenero, ma insufficiente a colmare il vuoto, di un bambino. L’unico contatto permesso tra Maité e Vincent è quello offerto da un incontro settimanale e un bacio scambiato sotto stretta sorveglianza.

“Ho incontrato le mogli dei carcerati, ho ascoltato le loro angosce e letto molte testimonianze” afferma il giovane regista francese. “Una di queste donne si introduceva abusivamente tutti i giorni in una proprietà privata per avvicinarsi alla finestra della cella di suo marito e catturare con il binocolo qualche sua fugace immagine. Un’altra costruiva una sorta di capanna con il tavolo e le sedie del parlatorio per poter baciare il suo fidanzato senza essere vista dalle guardie. Un’altra ancora si era abituata ad una specie di rituale erotico, odorava i vestiti di suo marito prima di lavarli”.
Hattu prende spunto dalle testimonianze offerte da queste donne e costruisce il personaggio di Maité, rinchiusa idealmente nella cella del marito e desiderosa al tempo stesso di una vita alternativa, all’aria aperta. Ogni suo tentativo di evasione va, però, incontro ad un fallimento: la possibilità di lavorare in una boutique di cosmetici fallisce e la riconduce all’abituale dovere casalingo di badante di Julien, figlio dei vicini; una fuga in macchina finisce a metà strada, quando viene arrestata per aver guidato senza patente e aver aggredito un poliziotto.

Maité è un personaggio circondato da assenze: il bambino di cui si occupa vive con genitori sempre fuori casa a causa del lavoro; la madre di Julien si lamenta del marito sempre in viaggio. Quando balla, Maité, sembra ballare da sola. La macchina da presa inquadra un solo personaggio e, solo scendendo, ci fa scoprire che chi l’accompagna nella danza è un bambino che non ha più di otto anni e che le è legato visceralmente, ma incapace di soddisfare l’assenza del marito.

L’amore non basta, dunque, a colmare un vuoto di sette anni. Hattu mette in causa l’importanza della fisicità in un rapporto amoroso e i desideri di una donna che sembra nascondere i suoi bisogni e soffrire in silenzio. Quando le viene offerta l’occasione di liberarsi dalle sue promesse di fedeltà (seppur solo fisicamente), Maité cede alla tentazione. Ma il suo corpo e la sua anima continuano a viaggiare su binari differenti: il corpo si concede ad un uomo che non vuole neppure conoscere, mentre resta, seppur solo con la mente, legata al marito. Le gioie dei suoi incontri sessuali, filmati con notevole semplicità ed uno stile asciutto, sono dedicati all’uomo che sta amando indirettamente, Vincent.

Jean-Pascal Hattu evita qualsiasi forma di eccesso quando mette in scena la solitudine di Maité e le sue assenze. I movimenti di macchina descrivono l’azione in modo essenziale e restano spesso sui vuoti, lasciando allo spettatore il tempo di riflettere e percepire cosa significhi “mancare” di un indispensabile oggetto di sguardo.
La “vicinanza/lontananza” degli incontri tra Maité e Vincent viene messa in scena alternando campi totali (in cui i due personaggi convivono nella stessa immagine) a campi contro-campi. Il cinema offre al regista, tramite quest’ultima scelta, di mostrare due personaggi coesistenti nel medesimo spazio e allo stesso tempo divisi da uno stacco di montaggio e da inquadrature che li vedono, soli, riempire lo schermo cinematografico.
Jean Pascal Hattu gioca, quindi, con il linguaggio del cinema, al quale è approdato dopo una lunga carriera giornalistica. Assistente alla regia di André Téchiné, ha realizzato numerosi cortometraggi e documentari televisivi. Con Sept ans, firma la regia del suo primo lungometraggio e un debutto improntato ad uno stile sobrio, dove i silenzi sono più importanti delle parole e le assenze vivono nelle immagini allo stesso modo delle presenze.

Titolo originale: Sept ans
Anno: 2006
Durata: 86′
Formato: 35 mm colore
Nazione: Francia
Regia: Jean-Pascal Hattu
Sceneggiatura: Jean-Pascal Hattu, Gilles Taurand e Guillaume Daporta
Cast: Valérie Donzelli (Maïté), Bruno Todeschini (Jean), Cyril Troley (Vincent), Pablo De La Torre (Julien), Nadia Kaci (Djamila)
Fotografia: Pascal Poucet
Produzione: les Films du Bélier

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