“SHUTTER ISLAND” DI MARTIN SCORSESE

L'isola dei fantasmi e del delirio

Lo si veda pure come un film non riuscito. Si ironizzi sul suo titolo, per creare facili giochi di parole con la quasi omonimia italiana. L’isola della paura (o della sciatteria, come qualcuno ha evidenziato) è il ritorno di Scorsese – dopo il meritato Oscar per The Departed – e di Leonardo DiCaprio, nei panni di un problematico agente federale alle prese con un passato pieno di mostri. Anno 1953, sull’onda crepuscolare della Seconda guerra mondiale, sorge in un’isola imprecisata del Pacifico, un imponente penitenziario per pericolosissimi alienati mentali. Dopo la sparizione improvvisa e ingiustificata di una paziente, arrivano sull’isola due agenti dell’FBI per indagare e scoprire una (forse) scomoda verità.

Impeccabile dal punto di vista registico, non è facile scendere a patti o a ragione con uno Scorsese mai così esplicito nel raccontare il suo secolo. Un secolo non molto diverso dagli anni Cinquanta del Novecento, periodo in cui si narra filmicamente la vicenda. Anni in cui Orwell rovescia il suo ’48 per trasformarlo nell’epoca dell’alienazione e del controllo, dello strapotere dei media e del potere costituito. Un’anarchia giustificata dai rimasugli di un nazismo scomposto e sempre vivo, imitato – in un gioco di specchi – da una equipe di medici pronta a condurre spietati esperimenti sulla mente degli esseri umani. C’è Kafka e la drammatica corsa al consumismo, c’è Scorsese – che mette in bacheca un personaggio “altro” che si affina idealmente al suo tassista metropolitano – c’è un thriller psicotico che si adagia alle pagine di Dennis Lehane e alla sua Isola della paura.

Forse troppo vivo il paragone con i campi di sterminio nazisti, abominio del Novecento che Scorsese cerca di rievocare con forza durante tutto il film, una pellicola che al di là della sua cifra stilistica lascia spossati e senza speranza. Un qualunquismo militante che passa in rassegna l’introspezione e il libero arbitrio, lasciando intendere (pare) che il massimo del candore risieda con il peggiore dei risultati: la resa incondizionata. Il suicidio della ragione. Perché il cinema – come intermittenza della morte e replica e suo doppio – altro non è che un circo in cui ognuno ricrea e rivede il proprio destino, spesso amaro, atroce e vile. E nelle scenografie di Dante Ferretti, mescolate alle musiche di Mahler, c’è un’umanizzazione malata in cui tutto si rovescia nel suo contrario. E la verità, ancora una volta, è da ricreare nelle maglie di una pellicola che ostenta urla e pietà. Rassegnandosi all’evidenza di una realtà che lascia poco spazio al raziocinio. Otto.