SPECIALE WOODY ALLEN IN ITALIA

A Failed Artist

Anche un orologio fermo, due volte al giorno, dice la verità. La piccola dose di ottimismo con la quale Woody Allen ci aveva lasciato lo scorso anno sembra essersi dissolta, miscelata e metabolizzata dall’ineluttabile caducità delle cose. Alla soglia dei settanta, il cineasta americano è tornato in Italia più pessimista che mai, per presentarci il suo nuovo film – in uscita nelle sale italiane il 22 dicembre – dal titolo Melinda e Melinda, distribuito dalla fox in sole cento copie.

Dopo essere sbarcato a Roma per un concerto di beneficenza con la sua New Orleans Jazz Band e per l’anteprima italiana del film, in questi giorni è di nuovo a Venezia per altre serate con la sua orchestra. “Ormai la gente più che ascoltarmi viene per vedermi. Ma non sono bravo, mi esercito solo mezz’ora al giorno”. Scherza e sorride ai giornalisti che lo incalzano con mille domande, pratica che non lo ha mai affascinato, tanto da fargli desiderare subito il ritorno nella sua Manhattan. “La vita è talmente tragica che non resta che riderci sopra. Il mio sguardo sull’esistenza è il più buio e grigio possibile”. Il regista americano parla anche del suo paese e delle ultime presidenziali. “L’elezione di George W. Bush alla presidenza degli Stati Uniti non ha fatto che confermare la mia visione tragica, ma questo è il risultato della democrazia: è triste dirlo, ma è il peggio che poteva accadere”.
Proprio l’indecisione su quale aspetto trattare della vicenda, se sfruttare la sua verve comica o l’umorismo nero mutuato da Bergman e dalle sue origini ebraiche, lo ha portato a narrare la stessa storia analizzata da due diverse angolature, sottolineandone l’aspetto comico nell’una e tragico nell’altra. Melinda e Melinda sono due donne (ai cinefili potrebbe balzare alla mente il collegamento con La doppia vita di Veronica del venerato Kieslowsky) reduci da una straziante separazione e unite da un destino parallelo che riserva loro però, due epiloghi diversi.
I topoi alleniani ci sono tutti. Il film ha inizio in un facoltoso salotto newyorkese, dove due intellettuali si interrogano con solerzia sulla natura del dramma umano, raccontandone il loro contrapposto punto di vista.
Il doppio ruolo affidato alla stessa attrice, l’australiana Radha Mitchell, sembra confermare l’esistenza di quel filo invisibile che lega e manovra le cose del mondo. Nella parte comica la affiancano Chiwetel Ejiofor, Will Ferrell e John Lee Miller , in quella drammatica Amanda Peet, Chloe Sevigny e Wallace Shawn. Stavolta Allen è dietro la macchina da presa e dice di trovarcisi bene. Come in Interiors e Settembre, l’attore decide di non esporsi in prima persona, ma di lasciare ai suoi personaggi l’onere di recitare le loro vite. “A questa età non posso più permettermi di interpretare certi ruoli, e in questo film non ce ne era uno adatto a me”.
E se il film non dovesse piacervi, afferma dopo essere rigorosamente uscito dalla sala prima dell’inizio, ce ne è un altro già pronto che sta per uscire. Si tratta di Match Point, film girato interamente in Inghilterra, la cui uscita è prevista per il prossimo anno. Ad interpretarlo ci saranno Scarlett Johannson, ex ragazza dall’orecchino di perla, e Jonathan Rhys-Myers. ù
L’autore è sempre in agguato. “E’ un film serio, ricco di tensione, e parla dell’importanza della fortuna nella vita. A tennis, se la palla colpisce la rete, può cadere da una parte o dall’altra del campo, e tu hai vinto o perso. Non credo nel destino, ma credo profondamente nella fortuna, anche se ci sono persone che fanno di tutto per attirare la cattiva sorte”. Ma le due cose acquisiscono pesi differenti.. “I momenti comici sono banali rispetto al senso di tragedia che permea l’essere umano. Sono piccole oasi in un mare di tragedia che porta inesorabilmente verso l’invecchiamento, la fine dell’umanità, il disfacimento del pianeta e dell’universo”.
Qualcuno nei suoi ultimi film lo ha trovato appesantito e alla ricerca di una rivalsa sociale, che spesso si traduce in violente reazioni, come quando in Anything else, si scaglia – cric in mano – contro una macchina ferma. Invece la sua sensibilità, unita alla maturità di una vita spesa a far cinema, sembra giovi sempre più ai suoi film, tanto da renderlo ancora, dopo tanti anni, uno dei registi più acclamati del mondo. A voi il giudizio.