Sanremo 2013 – Seconda Serata

Davvero un'altra musica

Scossa dal lutto che ha colpito Franco Gatti dei Ricchi e Poveri, che stasera avrebbero dovuto ritirare il Premio Città di Sanremo, si apre più sommessa della precedente la seconda serata del festival. La inaugura con le scintille Beppe Fiorello con un omaggio a Domenico Modugno. Canta “L’uomo in frac” e “Tu si ‘na cosa grande”, indossando il completo che era appartenuto a Mimmo, e recita un monologo sulle origini di “Nel blu dipinto di blu”, manca solo l’armata rossa, ma non si può chiedere troppo.

Lo spettacolo torna (in parte) ai canoni televisivi della manifestazione che vogliono sul palco una top model di almeno due metri, fama planetaria e rudimenti di lingua italiana pressoché nulli. Ma si sa, basta il sorriso. A prestarsi al gioco è Bar Refaeli, israeliana nota per essere stata fino a pochi anni fa fidanzata con Leonardo DiCaprio. Si reiterano i siparietti della bella (Bar) e del brutto anatroccolo invidioso (Littizzetto), fortunatamente in forma ridotta e transitoria. Ma è il giorno in cui Luciana deve anche fronteggiare un’altra bellezza, quella di Carla Bruni che, con forzata simpatia e insita sprezzatura, si presta a suonare per la comica torinese Quelqu’un m’a dit in versione rivisitata per l’occasione.

Esaurita la parentesi di costume, si torna alla musica, che rimane sempre su vette inesplorate nelle altre edizioni, iniziando con i sette restanti campioni in gara. Trascurabili i Modà, ormai nel tunnel del pop-pomp, pop pomposo che ben si addice allo scenario dell’Ariston, una slavina sonora fra urla, tripudi orchestrali e iperboli linguistiche. Con il solito trasporto da autotreno intonano metafore bersaniane (“Non può finire come l’acqua dentro il mare”), ma il voto preferisce Se si potesse non morire, congettura che apre la strada a mille altri ineffabili metafore che non vale la pena elencare. Si confermano i meno interessanti di quest’edizione, ma il pubblico a casa potrebbe essere di ben altra opinione. Segue lo stile più tenue di Simone Cristicchi con La prima volta (che sono morto), agrodolce cronaca dall’aldilà che conquista il pubblico e la spunta sulla più scontata Mi manchi.

Non potendoci essere festival senza il passaggio di una strega cattiva sul palco, ci pensa Malika Ayane a creare il terrore con la nuova chioma paglierina. Una goccia di cattivo gusto in questo festival così maledettamente inattaccabile. Purtroppo il voto di telespettatori e sala stampa elimina la bellissima Niente, scritta per la cantante da Giuliano Sangiorgi e interpretata straordinariamente, facendo avanzare la non memorabile E se poi. La delusione traspare velatamente negli occhi di Malika. Anche per gli Almamegretta passa la canzone meno originale, Mamma non lo sa, stroncando così il bell’arrangiamento di Onda che vai scritta per il gruppo folk da Federico Zampaglione.

Le scintille continuano con Max Gazzè, che porta due ottime canzoni di cui passa in finale Sotto Casa, un testo che è quasi letteratura e la candida di prepotenza al Premio della Critica Mia Martini. E sfavilla (letteralmente) Scintille di Annalisa, figlia della maison De Filippi che avanza con un brano semplice ma di accattivante freschezza. La sua altra canzone, un pop-pomp dal testo che si sgretola in finissimo pulviscolo dopo i versi di Gazzè, è prontamente stroncata dal voto. Il momento più esilarante della serata lo mettono in piedi Elio e le Storie Tese (c’era da aspettarsi qualcosa di diverso?) La canzone mononota, una lectio magistralis di musica che scardina la sacralità del motivetto orecchiabile, incendia la folla e prova che una canzone è molto più di una partitura. Il trionfo con cui vengono accolti quasi quasi odora di possibile vittoria, ma la notte è ancora tutta da giocare sui lidi sanremesi.

Dopo la voce travolgente dell’ospite israeliano Asaf Avidan, che oltre al talento si è portato appresso una notevole spocchia, fanno il loro ingresso i primi quattro giovani in competizione. Apre una delle canzoni più attese, Il postino (amami uomo) di Renzo Rubino, che mette ancora al centro dell’Ariston l’amore gay. Il brano risulta ancora più interessante perché adatta la tradizione melodica sanremese a temi contemporanei, con tanto di tenore gorgheggiante che dà quel necessario tocco di camp. Dato per favorito, la vittoria sarà forse non tanto una rivoluzione musicale ma un altro segno che il festival di Fazio e Littizzetto sarà ricordato come la cartina al tornasole di un’Italia in cambiamento. E con gli anatemi di Povia e del redento Luca di recente memoria, scusateci se è poco.

Rubino passa in finale così come i Blastema, con Dietro l’intima ragione. In realtà, dietro ghigni vampireschi affettano novità facendo eco ora alle Vibrazioni (in salsa meno pop) ora a Piero Pelù. Vengono invece eliminati Irene Ghiotto e la sua scanzonata Baciami?, divertente ma non particolarmente originale, e Le parole non servono più de Il Cile che invece non propone proprio nulla nulla di nuovo. L’Ariston dà la buonanotte con Fiorello, Fabio e Luciana che intonano un po’ assonnatamente L’uomo in frac un’ultima volta. Da giovedì iniza la vera sfida, davvero a colpi di un’altra musica. È proprio il caso di spalancare le orecchie.