Sarah Jane Morris @ Vortex Jazz Bar

Londra, sabato 11 ottobre 2008

Seduti in buona compagnia al tavolino di un jazz club, bottiglia di vino, l’aria di una riunione di famiglia. Ottanta persone pigiate in un’unica stanza, talmente strette che i musicisti devono chiedere permesso per salire sul palco. Cosa chiedere di più dalla vita?

Sarah Jane Morris attraversa gli spazi ristretti a fatica, ma lo fa con calma e con uno splendido sorriso stampato in viso. Regge con aria distratta un bicchiere di vino. Dominic Miller, che l’ha preceduta, l’aspetta con aria apparentemente stanca mentre sistema la sua chitarra dalle dimensioni particolari, quasi un ibrido tra una classica e un’acustica.
Pochi preamboli e si inizia. Chitarra e voce. Niente altro. La bellezza del suono delicato di Miller (per anni collaboratore di Sting, tanto per ricordare) accarezza la voce spesso aspra, ruvida della Morris. Una voce incredibile, un’estensione che la porta agli abissi della mascolinità per poi risalire in alto con grida squarcianti. Il tutto controllato con la massima abilità e competenza, tanto che anche i piccoli difetti – la s molto “sonora”, le piccole stonature – vengono subito corretti con i vibrati, le pause, oppure vengono rigirati, accentuati, e diventano pregi.

Non si può non notare una certa somiglianza tra Sarah e Janis Joplin. Il vestito che indossa è tutto sommato ordinario ma basta dare un’occhiata alle scarpe per capire l’anima dell’artista: pezzate in rosa e nero. Una Janis Joplin inglese, figlia di una certa educazione e disciplina, che però ha saputo e voluto privilegiare la sua personalità e le sue idee, tanto da abbandonare il “giro grosso”, il vero business, per dedicarsi a progetti in cui crede veramente. Serate come queste ne sono la prova, e farebbero la gioia di qualsiasi appassionato di musica del pianeta.
A proposito della Joplin, non manca l’ironia alla rossa di Southampton, che racconta la storiella di come le abbiano preferito Bretney Spears per la parte della protagonista di un film biografico sull’interprete di Cry Baby. Così si prende il lusso di rifare Toxic della Spears e poi Piece of My Heart della Joplin.

La scaletta è decisamente varia: alterna brani dall’ultimo album Migratory Birds a interpretazioni di standards jazz e successi pop – memorabile Fast Car di Tracy Chapman con l’introduzione di Shape of My Heart di Sting – fino alla disco di Don’t Leave Me This Way, cover che l’aveva lanciata negli anni Ottanta in collaborazione con Jimmy Somerville.
Alla fine gli applausi sono tanti e quando noi le gridiamo “brava”, si accorge che siamo italiani e ci dedica pure il bis. Ciliegina sulla torta.