giovedì, Maggio 14, 2026
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“Sex and The City” di Michael Patrick King

Variazioni sul tema del sesso a New York da Candace Bushnell a Micheal Patrick King

In principio non c’erano solo Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha. C’erano anche Carolyne, Belle, Amalita, Ray, Becca. E Stanford Bletch. I protagonisti degli articoli scritti da Candace Bushnell sulla rubrica americana Sex and the city, che ha dato il via al fenomeno mediatico più sensazionale degli anni Novanta, erano molti e molto variegati. E le loro storie non erano così importanti, anzi si potrebbe dire che facevano da sfondo alla vita della città di New York.
Seguendo un percorso complesso, ma a suo modo naturale, questa rubrica si è trasformata in un serial tv di successo e oggi in un film.

Ma le differenze fra i tre Sex and The City sono così forti che da uno sguardo su questo percorso potrebbero nascere delle curiose riflessioni su New York, sulla moda, sulla televisione e sul cinema.

Gli articoli di Candace Bushnell sono stati raccolti anche in Italia in un libro edito da Mondadori. In essi si narra, con titoli come “sette uomini fanno l’inevitabile proposta” (parlando di sesso a tre, in questo caso) la frustrazione sessuale degli uomini di Manhattan, nonché il delirio di alcune donne riguardo la ricerca di un marito. Apparivano personaggi come Carrie, giornalista quasi alcolista, Miranda Hobbs, produttrice televisiva, Samantha Jones, curiosa produttrice cinematografica con il vizio/vezzo di arrotolarsi attorno alla testa tre maglioni di cachemire. A tutti era dato poco spazio per ogni articolo, e le loro storie si svolgevano senza soluzione di continuità, quasi a rappresentare una teatro da salotto newyorkese già visto molte volte, e da tutti. La città, pur sfavillante di possibilità, locali, divertimenti, era presentata subito come una sorta di Babilonia nella quale ogni rapporto è irrimediabilmente guastato dalla definitiva scomparsa dell’emotività umana, ormai sostituita dal denaro. “Siamo tutti gigolò e mantenute”, affermava la Bushnell nel suo primo articolo. I locali famosi, popolati di gente famosa, erano quattro o cinque in tutto. E sotto i lustrini erano tutti piuttosto squallidi e oscuri.
_ Di moda si parlava poco. E non era Carrie a parlarne. Perchè, sembra dire la Bushnell, mantenere lo splendido tenore di vita dell’Upper East Side a volte costa molti soldi, che vanno necessariamente tolti alla parte denaro che si usa per comprarsi da mangiare.

Quando giunge alla tv il serial della Hbo, le prime puntate sembrano voler seguire le tracce disegnate dagli articoli della Bushnell. Pur focalizzandosi su Carrie, gli altri personaggi vengono messi in disparte, passano di fianco alla città. E le quattro ragazze, nei primi episodi, sembrano semplicemente torturate da problemi comuni, o schierate ai due lati dell’accettazione/rifiuto di pratiche comuni a New York (sesso a tre, bambini no grazie, c’è chi fa la fidanzata e chi fa la mantenuta, un matrimonio non è certo per sempre).
_ La differenziazione delle loro personalità e dei luoghi in cui vivono avverrà più tardi, forse definitivamente nella seconda serie, quando la formula per ottenere successo con il pubblico sarà già stata perfezionata, e la città ripulita da quegli scantinati, dai locali fumosi, dalle luci “sporche” che erano apparsi inizialmente. Tolto tutto questo, appare la moda. Nella prima e nella seconda serie Carrie possiede solo una brutta pelliccia e qualche vestito che ritorna spesso (com’è nella vita reale: nessuno che non sia veramente ricco può permettersi di indossare un vestito una volta sola). Man mano che gli anni passano, i vestiti (e le sponsorizzazioni) diventano invece così numerosi e costosi che, più che quattro donne a New York, sembra di vedere delle modelle un po’ stagionate lamentarsi dei loro problemi, vissuti però indossando sempre creazioni strepitose.

Accanto a loro appariranno uomini orribili o ridicoli che le affiancheranno sempre e porteranno alla partecipazione accorata gli spettatori di tutto il mondo (perchè, se gli articoli della Bushnell sono stati lo spunto per la serie, gli episodi seguenti sono stati scritti da appositi sceneggiatori che si sono informati sulla numerosa serie di disgrazie amorose che possono accadere ad una ragazza. E non solo a New York).
_ Con queste nuove linee di narrazione (anche a livello registico: scompaiono le interviste, gli “a parte” di Carrie verso la cinepresa, i momenti squallidi) si giunge alla sesta serie, quella conclusiva, che vede le quattro ragazze scoprirsi quasi quarantenni e notare che quello che credevano di non volere – alla faccia delle donne indipendenti!- è quello che hanno sempre sognato: bambini, una casa col giardino, un’abitazione in un luogo diverso da Manhattan. E il sesso? Quello è quasi scomparso.

Il film che è uscito nelle sale sembra chiudere definitivamente questo ciclo di eventi, presentandosi come un epilogo piuttosto lungo. Eppure le contaminazioni presenti, sia con il libro che con la serie tv, sono molte e intelligenti. Gli spettatori più appassionati potranno notare i vestiti che Carrie ha indossato nell’arco degli anni (compreso quell’orripilante tutù con il quale appariva nella sigla d’apertura, e la pelliccia delle prime puntate). Stanford Bletch e Anthony Marantino non saranno nemmeno presentati, presenze secondarie ma importantissime per Sex and the city, e il loro nuovo rapporto sarà chiaro solo a chi li ha visti odiarsi per anni. Mr. Big avrà finalmente un nome completo: il tormentone di tutti gli spettatori (nella serie tv non ha mai avuto un nome ma solo uno pseudonimo, come già era negli articoli della Bushnell) avrò finalmente conclusione.

Sarà inoltre interessante notare che alcuni particolari della coppia Carrie/Mr. Big che non si erano visti in tv ma solo potuti leggere (“Carrie e Mr. Big sono a letto e leggono. Hanno un solo paio di occhiali e li usano a turno”) sono stati inseriti nel film. Anche Samantha Jones, come descritto dalla Bushnell, si trasferirà a Los Angeles, anche se non per motivi produttivi.
La scelta di usare vestiti e gioielli come simboli di determinate necessità (Sam vuole comprarsi un anello molto costoso, e lo vuole fare da sola per dimostrare a se stessa che è una donna di successo) provengono invece dal serial tv.

L’ultima variazione sul tema di Sex and The City è proprio il sex. Raccontato negli articoli della Bushnell (e quasi mai descritto nella pratica, perchè l’importante era il rapporto che i newyorkesi hanno col sesso, non quello che le persone hanno col sesso) e mostrato invece abbondantemente in televisione, nel film diviene sigillo di una ritrovata serenità, non più pratica necessaria alla realizzazione della persona adulta. Curiosa scelta, indubbiamente. Ma interessante anche, perchè possiamo notare che tutto quel sesso tanto sbandierato non è stato letto nello stesso modo, né nell’opera letteraria, né in quella televisiva, né in quella cinematografica.

Unica cosa che non è variata, se non per la sua crescita costante, è il successo di Sex and The City: grandioso affresco sulle nevrosi di un’epoca e sui vezzi di un certo tipo di media.