Shine a Light è una straordinaria rappresentazione della longevità accompagnata alla vitalità, di come cioè i due termini, a volte, nella storia dell’uomo, possano procedere di pari passo.
Il film-documentario che Martin Scorsese ha girato su un concerto tenuto dai Rolling Stones al Beacon Theatre di New York nell’autunno del 2006 è un omaggio ai “sempiterni corpi performatori” di Mick Jagger, Keith Richards, Ron Wood e Charlie Watts, tanto trascinanti che vien voglia di mettersi a zompettare sulla propria poltrona.
Non era facile per Scorsese trovare una chiave di lettura adeguata alla messa in scena di un concerto, nonostante la storia cinematografica del cineasta italo-americano sia costellata di episodi musicali di notevole livello, l’ultimo dei quali in ordine di tempo è il film dedicato a Bob Dylan.
Rispetto a No Direction Home, qui si segue una struttura molto più semplice, puntando sulla esaltazione della performance pubblica ed evidenziando così l’essenza cinetica delle “pietre rotolanti” e di Mick Jagger in particolare, autentico folletto-mattatore. Ciò avviene grazie ad una confezione eccellente, laddove punti di ripresa, movimenti di macchina, montaggio e “sentimento ritmico” sono al servizio della band. In tal senso Shine a Light raffigura lo “spazio pubblico” di queste star, rigettando il tanto pruriginoso scavo nello “spazio privato”, che nei decenni ha messo costantemente alla prova la carriera dei quattro.
Così, con acume, Scorsese ci somministra delle pillole di interviste di repertorio dove Jagger&company erano giovanissimi, timidi, insicuri, spaventati dalla condanna alla vita pubblica. Ma eccoli un millennio dopo: intatti, indenni, rugosi, eterni, vivi, egregiamente mummificati.
Quale sia il loro segreto è impossibile dirlo, ma forse Scorsese qualcosa prova a suggerirla: tutto sta probabilmente nell’incoscienza dell’esserci, nel “rotolare” della vita.






