In scena nei giorni scorsi al Teatro Goldoni di Venezia “La Ballata di uomini e cani – tributo a Jack London”, l’ultimo spettacolo di Marco Paolini.
Una scenografia asciutta, fatta di soli bidoni di metallo e uno schermo formato da lanterne per uno spettacolo ruvido, che sa di ferro e polvere, la polvere dei cercatori d’oro del Klondike, Canada, mentre l’Ottocento è alla fine. L’America di Jack London. E’ qui che sono ambientati i tre racconti che compongono la narrazione Macchia, Bastardo e Preparare il fuoco. Sul palco Paolini e tre musicisti, Lorenzo Monguzzi (chitarra e voce), Gianluca Casadei (fisarmonica) e Angelo Baselli (clarinetto).
I costumi di scena sono quelli degli hoboes, i lavoratori saltuari che nell’America della guerra civile e della successiva grande depressione partivano in cerca d’avventura. Uno spettacolo in cui non c’è spazio per le donne, bandite dal palco e dalla narrazione, perché l’assalto ai treni, si sa, è uno sporco lavoro da uomini, come sfidare i venti gelidi del nord. Un affare da uomini, da uomini e cani, guidati dall’istinto verso un viaggio di sfida alla natura, spesso ostile, indifferente e superba di fronte alle umane piccolezze. Ma c’è bisogno di andare e affondare gli scarponi nella neve, di misurare il proprio coraggio e accettare i propri limiti, c’è bisogno di partire, di accendere fuochi nell’oscurità di notti senza luna, di perdere il fiato rincorrendo un avvenire migliore, di sentirla tutta questa solitudine che ti prende mentre lotti per sopravvivere, nella felice e dolorosa scoperta del mondo e di sé.
Uomini e cani sono coprotagonisti di queste storie che intrecciano umorismo, amore, odio e violenza e che Paolini ci racconta con la magia di un capo villaggio che ci abbia riuniti attorno a un fuoco, per ricordarci la straordinaria capacità della narrazione, l’incanto delle parole, quelle che creano mondi, ci portano altrove e ci fanno tornare a casa, a volte un po’ più ricchi.






