“Syndromes and a Century (Sang sattawat)” di Apichatpong Weerasethakul

Concorso
Episodio 1: in un piccolo ospedale di provincia, la giovane dottoressa Tei, impegnata ad intervistare un nuovo medico assunto, deve contemporaneamente respingere le timide avances di un dottore, le rihieste di medicinali per tutto un villaggio di un vecchio monaco buddista ed il ricordo del fioraio Noom, che ancora le riempie il cuore.
Episodio 2:in un moderno ospedale cittadino, la giovane dottoressa Tei, impegnata in un colloquio con un nuovo medico assunto, deve difendersi dale timide avances di un dottore. Il neoassunto medico, Nohng, vaga per l’ospedale senza una meta, incontra un suo vecchio amico in fisioterapia, quindi corre ad un appuntamente con la sua splendida ragazza.

Questo, in sostanza, è il nuovo lavoro del regista thailandese, acclamato dalla critica per il suo ottimo precedente lavoro, Tropical Malady, in gara per il Premio della Giuria a Cannes due anni or sono.
Ma, rispetto a Tropical Malady, delicata e particolare storia d’amore omosessuale, Weerasethakul sembra fare un grosso passo indietro. Sang sattawat è un film senza una storia, senza un intreccio ben preciso; è un film che vive o muore di sensazioni, lasciate sulla pelle dello spettatore; è un film fin troppo personale per essere adatto ad un grande pubblico.

Uno dei cardini di questa pellicola sembra essere il concetto di tempo. Il primo episodio è quello della memoria, in cui tutte le piccole storie quotidiane che ci vengono mostrate ruotano attorno al vero personaggio principale, l’ospedale, inteso come edificio, che pur nella sua fatiscenza, pur nel suo essere piccolo e superato, pur essendo vecchio ed appartenendo quindi alla sfera della memoria, unisce i presonaggi ed interagisce con loro, arrichisce le loro vite e le loro storie.

Il secondo episodio è quello invece relativo al presente, inteso qui come luogo in cui è assente la memoria. L’ospedale del secondo episodio è quindi freddo e distaccato nella sua perfezione, non ha una storia alle spalle da raccontare, a causa della sua grandezza separa le persone che vi lavorano anzichè avvicinarle. Emblematica la scena in cui ci viene mostrato il laboratorio dentistico, inquietante nella sua asetticità, che si riflette nei rapporti tra le persone.

Un lavoro, per concludere, riuscito solo a metà; troppo presonale, troppo di nicchia, che tecnicamente si avvale di troppe sequenze a camera fissa, praticamente tutto il film, ma che contemporaneamente non sa sfruttare le possibilità di allestimento e di montaggio interno di questa soluzione. Ma il bello di questi film, come si sa, è che ognuno ne trae ciò che vuole, ciò che gli pare più giusto.

Sceneggiatura e regia : Apichatpong Weerasethakul
Fotografia: Sayombhu Mukdeeprom
Montaggio: Lee Chatametikool
Interpreti: Nantarat Sawaddikul, Jaruchai Jamaram, Sophon Pukanok
Produzione: Kick the Machine
Durata: 105 min

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