“TROPICO DEL CANCRO” di Henry Miller

Uno scrittore nella voluttuosa Parigi degli Anni Trenta

Tropico del Cancro è un romanzo complesso, dalla storia interessante e complicata, e non si può liquidarlo con poche parole.
Famoso all’epoca della sua comparsa più per i suoi riferimenti esplicitamente sessuali e per il linguaggio, che scende spesso e volentieri nella trivialità più spinta, che per i suoi meriti letterari (anche se alcuni lo hanno eletto a capolavoro del secolo passato, pietra miliare della letteratura anglosassone), gode a tutt’oggi di una fama mondiale.

Le peripezie del romanzo, il primo di [Henry Miller->+-Miller-Henry-+.html?id_secteur=5], cominciano negli anni Trenta, più precisamente nel 1934, quando un editore lo fa uscire per la prima volta a Parigi. Gli Stati Uniti dovranno aspettare il 1961 per vederlo pubblicato, provocando un processo per oscenità che portò alla revisione delle leggi americane sulla pornografia. Il romanzo, però, aveva già trovato famosi estimatori in tutto il mondo letterario, tra cui T.S. Eliott, strenuo difensore dell’opera di Miller, Aldous Huxley, Ezra Pound, ma era arrivato negli Stati Uniti già prima, in forma clandestina.

Sono proprio di uno degli ammiratori del romanzo, [George Orwell,->+-Orwell-George-+.html?id_secteur=5] le parole più pregnanti per spiegare l’essenza di Tropico del Cancro. Dice, infatti, che è uno di quei libri che “creano un mondo loro proprio”, facendo leva sulla senso di alienazione che si prova leggendo questo scritto, ambientato sì in una Parigi della prima metà del Novecento, ma in una città ben diversa da quella romantica e in bianco e nero delle fotografie di Robert Doisneau.
L’autore, invece, ci introduce così nel suo particolare mondo: “Questo non è un libro. E’ libello, calunnia, diffamazione. Ma non è un libro, nel senso usuale della parola. No, questo è un insulto prolungato, uno scaracchio in faccia all’Arte, un calcio alla Divinità, all’Uomo, al Destino, al Tempo, all’Amore, alla Bellezza… a quel che vi pare. Canterò per voi, forse stonando un po’, ma canterò. Canterò mentre crepate, danzerò sulla vostra sporca carogna…”. Forse non è il più lusinghiero degli inviti, ma rende l’idea della forza polemica di questo libro, che non viene mai a mancare durante tutta la narrazione.
La storia di per sé non è molto avvincente: il protagonista, Miller stesso, si divide fra vicoli sporchi, stanze fatiscenti, alberghi e locali frequentati da prostitute ( e talvolta scende in generosi particolari), il tutto per soddisfare i suoi due bisogni principali, quali il cibo e il sesso. Ma dove la trama è povera di originalità (ma bisogna pur ricordare il carattere eversivo dell’argomento negli anni Trenta) è la particolare forma a dare un’impronta interessante all’opera.
Miller non sviluppa il testo secondo una forma canonica, ma si preoccupa di gettare tutti i suoi pensieri in un flusso libero, incorniciato da un embrione di narrazione, peraltro anch’essa poco coerente. Si tratta di una sorta di diario personale di un’esperienza vissuta senza freni, in un’atmosfera liberatoria, ma spesso amara. In più sono le coincidenze, il caso, a portarlo da un’avventura all’altra, il tutto dominato dal caos, fondamentale collante.

L’autore ci racconta la vita degli artisti stranieri nella Parigi fra le due Guerre e non si preoccupa di farcene un ritratto coerente, sembra volerci rendere partecipi della sua vita, farci sentire le emozioni e, probabilmente, lo smarrimento da lui provato in una terra straniera, sebbene artisticamente feconda (ma gli artisti che lo accompagnano sono quasi tutti dei falliti, pieni di velleità e di poco realismo) e Miller in questo riesce molto bene.

Henry Miller, Il tropico del cancro, Mondadori, Milano, 1996, pp. 384, euro 8,40.