Tarantino’s Cinéexplosion

Opere “Bastarde” tra regole e generi

A due settimane dall’uscita di Bastardi senza gloria le riflessioni, gli stimoli e i ricordi cinefili si infittiscono numerosi: è però anche interessante ripercorrere l’evoluzione di quella complessa contaminazione di generi che, una pellicola dopo l’altra, ha continuato a contraddistinguere l’arte di Tarantino. Una manipolazione di componenti filmiche in continuo sviluppo, strutturata e definita dal regista attraverso i suoi plot e le sue opere.

Torniamo indietro. Nel 1997 esce nelle sale italiane Dal tramonto all’alba: uno strano film, diretto da Robert Rodriguez e sceneggiato da un certo Quentin Tarantino, presente anche sulla scena come attore. Il lungometraggio ha un buon successo al botteghino, ma dalla critica si fa notare soprattutto per l’inaspettato cambiamento di genere, inserito circa a metà del film. Nella prima parte della pellicola abbiamo quasi un gangster movie con violenza, sangue e sequestro di persone: nonostante il comportamento ridicolo di alcuni personaggi (in particolare lo schizofrenico Ricky), la trama rimane ancora credibile.

Tutto quello che abbiamo visto dopo mezz’ora dovrebbe garantire allo spettatore che determinati eventi non possano accadere in quell’universo diegetico. Il regista ci ha già fatto capire che i personaggi svilupperanno particolari comportamenti caratteristici del cinema poliziesco e gli accadimenti successivi dovrebbero rispettare le regole ben definite dal genere di appartenenza. Al minuto 56 della pellicola scoppia però una sparatoria: sangue e proiettili, i cadaveri aumentano. Nel giro di poco si rialza uno dei morti e, con tanto di canini affilati, non esita a dare sfogo al suo istinto cannibale col primo vivente davanti a lui. Il lungometraggio si sviluppa da questo momento in poi come un horror-splatter: i vampiri assetati danno la caccia ai pochi sopravvissuti. Il cambiamento nella parte centrale del film sconvolge lo spettatore che si ritrova di fronte ad un’opera dalla quale nessuno sa più cosa aspettarsi. Ogni attesa nella trama potrebbe essere disillusa nel giro di poco con un nuovo evento traumatico.

La decostruzione delle categorie del cinema del passato e la manipolazione dei generi rimane, anche negli anni successivi a Dal tramonto all’alba, una costante nella produzione new-new-hollywoodiana e Tarantino non esita a pasticciare ulteriormente con le sue passioni cinefile, B-movies, cinema d’autore e cinema classico.
A differenza dei grandi registi usciti dalle scuole di cinema, Quentin, a 21 anni, fa il commesso in un videonoleggio ed è proprio da un piccolo negozio di Los Angeles che si sviluppa tutto il suo gusto visionario e feticista per un cinema attraente e sempre da sperimentare. Pulp Fiction, che in origine doveva chiamarsi Black Mask (ricordando il nome di una rivista di storie pulp e criminalità), non è altro che un’antologia di tutto ciò che Tarantino ha visto intorno a lui, nei fumetti, nei film, nelle serie tv degli anni ’60-’70. Anche Pulp fiction (come Dal tramonto all’alba) è un’opera bastarda. Bastarda perchè costruita con molteplici sequenze molto diverse tra loro, capitoli e tranches che rispettivamente attingono dalle più svariate tipologie filmiche: dall’alto e dal basso del cinema di tutti i tempi, da Godard agli Aristogatti, dai gangster al junk-food, dalla vita alla morte, dall’umorismo all’azione.

Per Tarantino, come mostrato anche in Grindhouse con la sua essenza citazionistica, non c’è differenza tra un genere e l’altro, come tra il sorriso e la strage. Importa solo lo schermo bianco di fronte agli spettatori, una superficie da colorare (e marchiare, visti i segni sulla pellicola usurata) sfruttando tutte le variazioni cromatiche che la realtà e la cultura ci offrono e ci hanno offerto.
Il cineasta attinge dalla realtà del capitalismo, nella quale tutti siamo immersi, e la restituisce nei suoi film con l’aggiunta iperbolica di tutto ciò che il cinema può trattare; con l’aggiunta di tutta la fiction che questo regista sa armonizzare, costruire ed imprimere sulla pellicola.

«E allora cosa direbbero i libri di storia?», si chiede il colonnello Landa in Bastardi senza gloria. O meglio, cosa direbbero i libri di storia dei film di Tarantino?
In quest’ultima pellicola la “realtà” non è quella urbano-contemporanea. Il nazismo domina la Francia e un gruppo di uomini deve uccidere il Führer. Con Bastardi senza gloria il cineasta dirige appunto la più bastarda delle sue creazione: dedica ogni capitolo ad un genere diverso per poi esplodere nella parte finale con il cambiamento (e il compiacimento del cambiamento) della storia del passato.

Ciò che colpisce è la capacità di Tarantino di mostrare, ancor più che negli altri suoi film, dei quadri diegetici così eterogenei, senza danneggiare minimamente l’evoluzione narrativa, come anche il coinvolgimento dello spettatore. La realtà è da mettere tra virgolette: non è quella capitalista di oggi e non è neanche quella di cinquant’anni fa. Il dramma, la tragedia, il western, il film di spionaggio hanno ormai contaminato il cinéma vérité. Sembra che la bomba sotto il tavolo di Hitchcock (qui abbiamo le pistole anche se il meccanismo è lo stesso) conti qualcosa. Le pellicole manipolate, montate, proiettate e ammucchiate dietro lo schermo hanno cambiato la realtà. Hitler è morto e noi dopo due ore e mezza siamo ancora qui a guardare. Non più cute (scritto Q.T.) ma cool. Storia?… No grazie, questa è arte: Une cinéexplosion!