“Il padre” di Fatih Akin

L'odissea sonnolenta

Venezia 71. Concorso
1915. Mentre in Europa impazza la guerra, l’impero ottomano è sull’orlo del collasso. Il fabbro Nazaret Manoogian vive nella città armena di Mardin con la moglie e le due figlie, fino a che un giorno viene costretto ad arruolarsi nell’esercito. Separato dalla famiglia, sopravvive per miracolo agli orrori del genocidio che colpiscono anche la sua famiglia ma a causa di una ferita perde per sempre l’uso della parola. Una sera ad Aleppo, finita la guerra, incontra un vecchio amico che gli rivela che le sue figlie sono ancora vive. Partirà così per un lungo viaggio di anni che lo porterà dalla Siria al Libano, da Cuba agli Stati Uniti, nella speranza di poterle finalmente riabbracciare.

Il regista tedesco di origine turca Fatih Akin, già Orso d’Oro a Berlino nel 2004 per La sposa turca e Premio Speciale della Giuria a Venezia nel 2009 per Soul Kitchen, torna alla Mostra per raccontare la storia del genocidio armeno e il dramma personale di uno dei tanti abitanti di questa terra costretto alla diaspora. Le buone intenzioni e qualsiasi anche lontano briciolo di autorialità, che chiunque si sarebbe aspettato, si disintegrano nelle morse di una super-mega-produzione che coinvolge sette paesi e quattordici case di produzione.

Il risultato è una pellicola anonima e illustrativa, eccessivamente lunga e appiattita ulteriormente dalla blanda sceneggiatura firmata dal regista assieme a Mardik Martin, più volte sceneggiatore di Martin Scorsese (New York, New York, Too Scatenato), qui ai minimi epocali della sua carriera.

Lo spunto di partenza del viaggio (scontato sì, ma in fondo un archetipo senza tempo del cinema e della letteratura) e la firma di Akin sui titoli di testa avrebbero fatto sperare in molto di più di questo feuilleton dal sapore televisivo, senza alcuna infamia ma purtroppo senza nessun guizzo degno di nota.

Nei panni di Nazaret, l’attore francese Tahar Rahim (Il passato, Il principe del deserto) fa del suo meglio ma finisce per sprofondare nel clima da fotoromanzo storico che incombe incessante dalla prima all’ultima scena. Il lento susseguirsi di tappe nell’odissea del protagonista finiscono per prendere il sopravvento, come esotiche fermate di una crociera per il mondo (a causa anche della fotografia cartolinesca di Rainer Klaussmann), a cui si assiste vagamente interessati, quasi stessimo ad ascoltare distratti l’interminabile racconto di un conoscente che racconta a un bar di come dopo svariate peripezie si è ri-impossessato di un bagaglio smarrito. Tra qualche sobbalzo sonnolento e molti sbadigli soffocati.

Titolo originale: The Cut
Nazione: Germania, Francia, Italia, Russia, Polonia, Canada, Turchia
Anno: 2014
Genere: Drammatico
Durata: 138’
Regia: Fatih Akin
Cast: Tahar Rahim, Simon Abkarian, Makram J. Khoury, Hindi Zahra, Kevork Milkyan, Bartu Kucukcaglayan, TRine Dyrholm, Moritz Bleibtreu, Akin Gazi, George Georgiou, Arévik Martirossian, Arsinée Khanijan
Produzione: Bombero International, Pandora Film, Pyramide Productions, NDR, ARD Degeto, France 3 Cinéma, Dorje Film, Corazon International, BIM Distribuzione, Mars Media Entertainment, Opus Film, Jordan Films, Anadolu Kultur, Panfilm
Distribuzione: BIM Distribuzione
Data di uscita: Venezia 2014 – Concorso