E’ iniziato questa sera The Voice of Italy, il nuovo talent show musicale della Rai. Ed è incredibile quanto X Factor riesca già a mancare.
Anche in questo caso i veri protagonisti sono i giudici, quattro: Piero Pelù, Riccardo Cocciante, Raffaella Carrà e Noemi.
Inizio sublime. Solenne. Che pure i cardinali del conclave inveivano contro la televisione: «oh, e rilassatevi!». Una serietà ai limiti del sacro che cozza terribilmente con l’essenza del programma. Cozza col “gaiardissimo” Gianluca. Con il profluvio di banalità: «Io ho ripreso a sognare, cosa che avevo smesso da tanto tempo» (Roberta copyright). E probabilmente la sintassi è l’ultimo dei problemi. Cozza con le silhouettes delle concorrenti, con i loro tatuaggi esageratamente tamarri. Insomma, un programma pessimo. Ben al di là di quanto ci si potesse immaginare.
Manca la follia che poteva avere X Factor. La verve di Morgan, la saccenza della Ventura. No, okay, ora non esageriamo.
Il tutto si riduce a 90 secondi di esibizione seguito da un insipido commento di ogni giudice. Tutti amici, si spartiscono i cantanti. «Questo è perfetto per te», «ma no, ti assicuro che è più nelle tue corde», «dai, non fare complimenti». Eliminati: 4 su 20. E la sofferenza dei giudici per queste eliminazioni!!! «Ti devo fare i complimenti, hai una voce pazzesca!», «mi sto mangiando le mani per non averti preso con me»… Si dirà: finalmente un programma che parla solo di musica, e non più come competizione. Eh no. Uno show mica può esistere ingabbiato nel mondo delle sette note (che noia). Uno show è tale a tutto tondo: musica, okay. Ma magari come contorno. Estetica (yes), simpatia (sometimes), personalità (a non finire), esuberanza (oh sì). E cercare di ridurre un talent alla sola voce è intellettualmente (perdonate l’ossimoro con talent) sbagliato.
Per la voce ci sono (c’erano) i dischi. I gruppi che emergono (emergevano) tra le fumose serate nei locali, tra le feste di paese. Okay, tutte cose che non ci sono più. Ma se non ci sta bene boicottiamo i talent, allora. Non eleviamoli a una dignità che per definizione non hanno.
E comunque, se questa dovesse davvero essere “la voce” della futura musica italiana, saremmo davvero messi male. Voci da piano bar. Zero personalità. Cantantucci improvvisati: quasi nessuno che componesse, quasi nessuno che sapesse suonare uno strumento. Copie (mal riuscite) di cantanti già di per sé di basso livello (Roberta alias enfatizzazione di Giusy Ferreri alias “la muerte”). Qualche (rara. Rarissima) boccata d’aria fresca: Alessandra, alle prese con la delicatissima Why.
Ma nel complesso niente di nuovo. E un programma che fatica a decollare. Anzi, che non decolla proprio. E allora noi aspettiamo…






