Tim Roth a Giffoni. Incontro con l’attore

L'essere attori come via di fuga

Giffoni, 19 luglio 2008

Tim Roth è la prima delle star internazionali ad arrivare al Giffoni film festival. Anche se facendo il suo ingresso in sala Truffaut sembra un turista in vacanza con famigliola al seguito, coglie l’importanza che l’evento ha per i ragazzi delle sezioni Y GEN e FREE TO FLY presenti e con una grandissima umiltà si mette a loro completa disposizione.
Alla domanda sul perché del suo essere attore ammette di non avere una risposta “pre-confezionata”; rivela di aver sempre saputo di voler fare l’attore: “Dentro di me lo sono sempre stato. Fin da ragazzino mettevo in scena la mia vita come attore, in fondo la mia infanzia è stata la preparazione a questo lavoro. La vera risposta è che, per me fare l’attore, è stata una forma di fuga”.

E prosegue: “Certe volte può essere divertente, spesso è ok, a volte può anche essere tremendo ma la volta che è divertente è davvero una cosa bellissima da fare!”. E passati circa 10 anni dal suo debutto dietro la macchina da presa con War Zone tratto dal romanzo di Alexander Stuart dichiara: “Quello del regista è il mio lavoro preferito! Tornerò a girare quando i miei figli finiranno la scuola perché per fare un film ci vogliono molta attenzione e molto tempo. Ho già due copioni interessanti tra le mani, uno è un completamento del mio primo film, è una storia che riguarda i servizi sociali e la sicurezza dei bambini. E l’altro è un adattamento di King Lear firmato da Harold Pinter”.

Sa di essere un mito per molti dei ragazzi in sala che lo ammettono prima di porgli le loro domande e rivela di averne avuti moltissimi a sua volta, di essere stato molto ispirato da diverse forme d’arte, pittura, poesia, cinema: “Avrei desiderato lavorare con grandi Maestri ‘già passati’ come Visconti, Pasolini, Antonioni, Fellini, Truffaut, De Sica… Specialmente De Sica, ma sono stato fortunato perché ho lavorato con registi particolari”.
_ Eh sì, perché Roth ne ha incontrati moltissimi professionalmente, a partire da Tarantino: “Quentin con Le iene (1992) era al suo primo film ma non si aveva la sensazione che lo fosse, lo aveva programmato e pianificato molto prima”; per arrivare a Francis Ford Coppola: “Ho avuto la fortuna di lavorare al nuovo inizio di Coppola che con Una nuova giovinezza è ripartito con un progetto molto sperimentale” (Pellicola presentata in anteprima mondiale, dividendo fortemente la critica, alla Festa del cinema di Roma 2007).
_ Ma anche Allen: “Non sono stato bravo in quel ruolo comico (Tutti dicono I love you, 1991) ma ‘il buono’ è un ruolo difficile, devi essere sottile, avere una delicatezza diversa come quella che aveva James Steward”; e poi Burton, Altman, Frears e due registi della nuova scuola tedesca come Wenders e Werner Herzog: “L’ho adorato. E’ un po’ matto ma nella migliore accezione possibile del termine, è molto simpatetico, come un bambino, ed è meraviglioso con gli attori“.

E con Tornatore come andò (La leggenda del pianista sull’oceano, 1998)? Roth ammette di aver avuto una ‘relazione drammatica’: “C’era tutto questo ridere, piangere, questa drammaticità che io all’inizio non capivo e invece faceva parte di questa cultura siciliana. Alla fine con Tornatore siamo diventati amici”. E sottovoce ammette di aver approvato la scelta di Novecento di non scendere dalla nave…

Non può esimersi poi da una valutazione sul rapporto tra cinema e violenza. Alla proiezione del mattino i ragazzi della sezione FREE TO FLY avevano visto Mirush del norvegese Marius Holst, film piuttosto crudo e violento, e nel dibattito a seguire si erano divisi tra chi sosteneva che, la violenza, essendo un elemento della vita, andasse raccontata anche al cinema e chi la riteneva spesso eccessiva. Nelle sale italiane proiettano Funny Games di Michael Haneke con Tim Roth, su stesso rifacimento dell’autore del 1997 che, a sua volta, omaggiava Arancia meccanica di Stanley Kubrick (ricordiamo che il regista inglese decise di cancellarlo dalla programmazione dalle sale di tutto il mondo per i fenomeni di emulazione della banda criminale che seguirono le proiezioni).
_ Roth ammette di non aver mostrato ancora molto del suo lavoro ai due figli di 11 e 13 anni: “Non hanno ancora visto Le iene. Però cerco di spostare i limiti, estendere la loro possibilità di vedere poco alla volta anche se sono esposti attraverso i computer e tutti i media a moltissimi prodotti che possono sfuggir al controllo. Credo che fondamentale sia accompagnarli nella visione di questi prodotti e fare affidamento sulla loro maturità sempre crescente, aiutarli a capire il limite tra fiction e realtà. Ma non ho regole”.
E su Fanny Games rivela che Haneke con questo secondo lavoro voleva qualcosa di più vicino all’idea originale del film ma consiglia ai ragazzi di aver senso critico: “Non guardatelo se pensate si tratti di un remake senza senso”.

Sui progetti futuri svela di avere iniziato a discutere con Tarantino del prossimo film e di star valutando la sua partecipazione ad una serie Lie to me che lo riporterà alla tv, come fu per i suoi esordi, e gli permetterà di star più vicino alla sua famiglia.