Tre mostre dedicate a Pier Paolo Pasolini. 30 anni dopo. Pasolini, uno tra noi

Museo di Roma in Trastevere, 21 ottobre 2005 - 22 gennaio 2006

In occasione del trentennale della morte di Pier Paolo Pasolini, Roma rende omaggio alla memoria del grande intellettuale ed artista organizzando una serie di iniziative a lui dedicate. Pasolini è vissuto a Roma a partire dal 1949 fino al giorno della sua tragica morte: la città ha un grande debito intellettuale e morale nei confronti di un uomo che con grande generosità ha contribuito alla sua crescita intellettuale, artistica e civile.

Il Comune di Roma si è quindi fatto promotore di una serie di eventi, alcuni – come le tre mostre ospitate al Museo di Roma in Trastevere – organizzati direttamente dall’Assessorato alle Politiche Culturali, altri pensati autonomamente da numerose istituzioni culturali, per commemorare in modo corale la figura eclettica di Pier Paolo Pasolini. In un unico palinsesto sono riunite manifestazioni di arte, cinema, teatro ed occasioni di incontro e dibattito.
Dal 21 Ottobre 2005 al 22 Gennaio 2006 Il Museo di Roma in Trastevere ospita tre mostre dedicate alla figura di Pasolini. La prima, “Pasolini e Roma”, ideata da Borgna e curata da Enzo Siciliano con Federica Pirani offre, da un lato, il racconto del cinema di Pasolini attraverso immagini dei set dei suoi film con lo sfondo prepotente di Roma e delle sue periferie. Dall’altro, abbiamo gli scatti che ritraggono il noto intellettuale mentre gioca a calcio con dei ragazzi di borgata o quelli relativi agli incontri con Moravia, Dacia Maraini, Giuseppe Ungaretti, Laura Betti o Bernardo Bertolucci. Non solo fotografie. Preziosi materiali documentari (testi, lettere, articoli, prime edizioni di libri) saranno esposti accanto ai disegni dello stesso Pasolini e dipinti di artisti che hanno condiviso con lui esperienze umane e professionali. “Pasolini e Roma”, infine, è corredata da una sezione video che presenta un interessante repertorio proveniente essenzialmente dall’archivio Rai Teche e Istituto Luce: interviste e programmi realizzati dai primi anni ’60 fino ad oggi. Le altre mostre ospitate nelle sale del piano superiore del Museo sono “La lunga strada di sabbia” e “Accattone”. La prima nasce dal diario di viaggio che Pasolini scrisse nell’estate del 1959 percorrendo al volante della sua Fiat Millecento la costa italiana in compagnia del fotografo Paolo di Paolo. La seconda, invece, curata dal Centro Sperimentale di Cinematografia, ci regala le 60 foto rubate da Angelo Pennoni sul set del film Accattone che riprendono il tono delle inquadrature volute dal regista.

Alla conferenza di presentazione della Mostra sono presenti Gianni Borgna, Assessore alle Politiche Culturali Comune di Roma, ed Enzo Siciliano che insieme a Federica Pirani ha curato la mostra. Borgna ricorda la figura di Pisolini con queste parole: “E’ un autore conosciuto e amato in tutto il mondo. Attualmente nel mondo ci sono diverse mostre che lo ricordano. Una su tutte quella di Madrid. Fu uno dei primi ad utilizzare il concetto di globalizzazione intesa come omologazione. Era profondamente legato alla cultura e alla lingua italiana ma la cifra romana rimane fondamentale. La scoperta della città eterna si può definire folgorante in quanto scoprirà un vero e proprio mondo. Fu lui a scovare il Terzo Mondo nelle borgate. Senza di lui questa dimensione non avrebbe avuto voce. A suo modo era un sociologo-antropologo. Basti pensare che nelle pagine di Petrolio Pasolini cerca di interpretare la mutazione antropologica del mondo e delle città partendo dal microcosmo della periferia”.

Enzo Siciliano ribadisce, invece, nel suo intervento le finalità principali di questa mostra. “Attraverso la raccolta di fotografie non vogliamo solo mostrare l’atmosfera degli anni passati ma far vedere come la letteratura di Pasolini (intesa in senso lato) si è alimentata attraverso la sua Roma”. Siciliano definisce amorosa la dedizione del poeta friulano nei confronti di una molteplicità di attività accomunate tutte dal desiderio di stanare un segreto possibile e dalla voglia di mettere a nudo il marcio dietro una superficie dorata. “Ha spalancato molti armadi – continua Siciliano – facendo vedere molti cadaverini. Inizialmente, gli italiani non si volevano riconoscere in lui. E’ stata la sua morte a provocare un senso di colpa collettivo. Dopo anni di contestazione, non venne riconosciuto per quello che era realmente. Rimane un testimone acuto dell’Italia del dopoguerra in cui prevaleva un bisogno di rigenerazione e di valori diversi. Lui ha saputo cavalcare questi sentimenti liberandosi da qualsiasi pregiudizio. Aveva un concetto diverso della fede da inetendere come fiducia nel mondo, come amore verso i dannati della Terra. Grande pietà per il dolore dell’umanità e degli italiani. Tutto il patrimonio di conoscenza che lo riguarda è ancora intatto. Il suo è un bagaglio vivo ancora da conoscere, da scoprire”.