“Un Giorno devi Andare” di Giorgio Diritti

Un film di immagini

Dopo il successo inaspettato de Il Vento Fa Il Suo Giro e L’Uomo Che Verrà, Giorgio Diritti s’impegna in un lavoro arduo e appassionante: rappresentare i dolori occidentali in uno spazio primordiale come quello dell’Amazzonia dove questi possano trovare una cura nello stretto contatto con una cultura differente e con una natura selvaggia.

Augusta è una giovane donna italiana che s’imbarca insieme a una suora missionaria su una piccola barca lungo il Rio delle Amazzoni per sfuggire al dolore e ritrovare un senso alla propria esistenza. Quando decide di abbandonare la suora e proseguire da sola il proprio percorso, Augusta va a vivere in una favela brasiliana, dove il contatto diretto con questo mondo e la bellezza brutale della natura sembrano darle lo slancio giusto per ritrovare finalmente se stessa.

Un Giorno Devi Andare è un film di immagini. Sono emblematiche le splendide riprese dall’alto dei paesaggi amazzonici dove nell’immensità dilagante della natura si staglia come un puntino l’uomo e il suo mondo: è questo il palcoscenico mozzafiato sul quale Diritti decide di mettere in scena la depressione della nostra società occidentale, quei dolori quotidiani la cui somma ci trascina lentamente in una infelicità esistenziale che attanaglia la protagonista. Di questa infelicità così volgarmente occidentale, Diritti sembra volerne fare esattamente quel puntino inghiottito dalla natura che si scorge dalle riprese panoramiche, riportando la sua infima dimensione di fronte all’illimitatezza sublime di ciò che la circonda e rispetto alla quale essa è nulla.
Ma Diritti non si accontenta di rappresentare questo contrasto e tenta di rendere il palcoscenico naturale qualcosa di attivo all’interno della trama stessa, qualcosa che non resti sullo sfondo della storia ma ne diventi parte integrante agendo direttamente sull’animo depresso della sua protagonista.

Eppure il lavoro di Diritti sembra riuscire a metà. Infatti, se da un lato la violenza della natura nella prima e nell’ultima parte del film vive come un personaggio perfetto all’interno della trama, ciò non avviene nella parte centrale. Qui, nel momento in cui Augusta decide di vivere sulla propria pelle la cultura degli indios nella favela, si crea un vuoto incolmabile: i silenzi infiniti della protagonista e i lunghi sguardi rivolti all’orizzonte si stagliano come una barriera insuperabile tra lei e la cultura che ha di fronte dalla quale vorrebbe ricevere una cura ai propri dolori esistenziali. L’assenza assoluta di comunicazione è la sofferenza più grande di questo film. La protagonista non ha il dono della parola, ma neppure quello dell’emozione e in questo forse è possibile intravedere una prova poco convincente dell’attrice protagonista Jasmine Trinca: i suoi silenzi non vengono riempiti da alcuno sguardo che riesca a superare lo schermo per raggiungere lo spettatore e nonostante i suoi occhi cerchino di riempirsi di significato, il risultato è che la loro vuotezza non subisce alcun cambiamento nel corso del film, restando tali dall’inizio fino al momento della redenzione.

La necessità di concentrare tutta l’attenzione sulla protagonista, impedisce alla regia di dare una vera e propria identità al sistema di personaggi che le girano attorno: la madre ha dei segreti insondabili che la rendono più inaccessibile della figlia, così come la nonna che dalla sua aura misteriosa sembra addirittura uscirne senza il minimo spessore. I personaggi dei vari missionari che Augusta incontra nel suo cammino poi, dovrebbero avere la forza simbolica del passaggio da uno stadio all’altro del suo percorso (dal prete che cerca di evangelizzare attraverso le scritture a quello che preferisce l’atto pratico, concreto), ma si confondono nella piattezza della sceneggiatura che non riesce in nessun caso a dare lo slancio necessario ai personaggi rappresentati. Non vi riesce neppure nei confronti di quegli indios con i quali Augusta dovrebbe confrontarsi per immedesimarsi o porsi in contrasto con loro nel tentativo di ritrovare se stessa, quegli spiriti che soltanto a parole riescono ad esprimere il loro attaccamento alla terra natia. Resta irrealizzata e vuota anche la figura della giovane Janaina, ragazza-madre che dopo una tragedia avrebbe il pesante compito cinematografico di sostituire fisicamente l’esistenza di Augusta in Italia riuscendoci tuttavia in un modo che risulta piuttosto paradossale, ovvero presentandosi con gli stessi silenzi e gli stessi sguardi vacui della protagonista.
È chiaro che questi limiti espressivi, queste barriere comunicative tra i personaggi, impediscono allo stesso spettatore di lasciarsi trascinare all’interno del film.

Quando è la natura a parlare con la sua violenza simbolica, l’anima travagliata della protagonista arriva a sfiorare lo spettatore, ma questi si vede però immediatamente ricacciato al suo posto dalle poche parole che Augusta pronuncia con una ridondante voce fuori campo. Questa non sembra avere altro scopo che quello di riportare l’emozione trasmessa dalle immagini al di là di esse, dandone una rappresentazione razionale del tutto inutile. Ed è forse proprio questo d’altronde l’errore nel quale sembra scivolare l’intero film.

Titolo originale: Un giorno devi andare
Nazione: Italia, Francia
Anno: 2013
Genere: Drammatico
Durata: 110′
Regia: Giorgio Diritti
Cast: Jasmine Trinca, Anne Alvaro, Pia Engleberth, Amanda Fonseca Galvao, Sonia Gessner, Federica Fracassi, Paulo De Souza, Nilson Trindade Miquiles, Manuela Mendonça Marinho
Produzione: Aranciafilm, Lumière & Company, Groupe Deux, Rai Cinema
Distribuzione: Bim Film
Data di uscita: 28 Marzo 2013 (cinema)