“VECCHI TEMPI” DI HAROLD PINTER
“Vecchi tempi” per la regia di Roberto Andò è, dopo “Tradimenti”, la seconda opera del dittico che il Teatro Eliseo di Roma dedica ad Harold Pinter, grande commediografo e sceneggiatore. Uno spettacolo breve, ma denso di significati e realizzato con spirito innovativo e molto suggestivo.
“Vecchi tempi” (1971) fa parte di quelle “commedie della memoria” incentrate sui rapporti amorosi e coniugali, ma mostra forse più esplicitamente di altre il risvolto tragico e finto che le queste relazioni possono avere.
La scenografia è nettamente funzionale a questo scopo: una scena cupa, autunnale, e aderente alle indicazioni contenute delle didascalie del testo. Probabilmente anche questo ha contribuito al giudizio molto positivo che lo stesso Pinter ha dato alla messa in scena di Andò. Il regista, infatti, è alla seconda realizzazione di un’opera del drammaturgo inglese, e con lui ha stabilito uno scambio e un dialogo molto produttivi. Questo è ciò che era mancato a Visconti nel 1973, quando la sua rappresentazione scenica molto sperimentale e azzardata aveva scatenato le proteste dell’autore, che ne aveva addirittura bloccato le repliche.
L’atmosfera misteriosa e fosca presente nel palcoscenico è accentuata da un uso affascinante e davvero particolare delle proiezioni video: sovrimpressioni di oggetti, persone e degli stessi personaggi creano un effetto di moltiplicazione degli spazi e dei punti di vista, intensificano il ruolo del clima e dell’ambiente in generale e a tratti permettono un avvicinamento dei protagonisti agli spettatori vicino al primo piano cinematografico.
L’illuminazione svolge un’analoga funzione, in particolare nei primi minuti, in cui fasci di luce e ombra danno origine a effetti simili a sottili tele di foschia. La piattaforma girevole, su cui è delineato un tipico salotto alto borghese, è una scelta altrettanto significativa e interessante nello sfruttamento della sua potenzialità dinamica.
Su questo palcoscenico così ricco ed efficace si muovono i tre protagonisti: Deeley (interpretato da un bravo Umberto Orsini che vuole mantenere l’esclusiva di questo ruolo quasi trent’anni dopo essere stato diretto da Visconti), la moglie Kate (Valentina Sperlì, che rende perfettamente l’atteggiamento della donna e riesce a reggere il non facile confronto con due personaggi forti e più attivi nei dialoghi) e l’amica della donna Anne (Galatea Ranzi), ospite attesa con trepidazione dal marito, che tenta tramite lei di conoscere meglio la sua compagna.
Anche in questo testo, come in “Tradimenti”, l’incontro tra persone che non si vedono da tempo o che, (forse) non si sono mai viste, porta come immediata conseguenza un fluire di ricordi che prendono direzioni caotiche e contrastanti tra loro. La mancanza di comunicabilità alla base svela in questo modo l’incertezza e la fragilità della conoscenza del passato, e di un presente così preso a scavare in esso.
La struttura ciclica di quest’opera, che nel finale ci riporta all’incomprensibile scena iniziale, ne segna fortemente il carattere tragico, ma ci lascia lo stimolo giusto a rileggere questi due veloci atti, abilmente fusi in una sorta di atto unico interrotto soltanto da una proiezione sul sipario chiuso (non altrettanto ben riuscita come quelle sulla scena aperta, ma valida a far rimanere lo spettatore nella giusta dimensione).
La lunga attesa di una rappresentazione a teatro di questo testo, che è considerato il capolavoro di Pinter, la sua opera migliore e più complessa, è stata soddisfatta egregiamente da Roberto Andò.
VECCHI TEMPI di Harold Pinter; traduzione di Alessandra Serra; regia di Roberto Andò; con: Umberto Orsini (Deeley), Valentina Sperlì (Kate), Galatea Ranzi Anne; scene e luci di Giovanni Carluccio; costumi di Nanà Cecchi; regia video di Luca Scarzella; Produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Stabile di Catania