Orizzonti
Il film si svolge nella campagna algerina. Una madre (“Yema” in arabo) seppellisce il figlio, ufficiale morto durante la guerra, per poi rinchiudersi in un silenzio infinito nella sola compagnia voluta del suo dolore.
La vita della donna trascorre dormendo a fianco del corpo del figlio, sotto cumuli di terra nel suo giardino. Dorme un sonno profondo ed eterno, insensibile a ogni suggestione accennata dal mondo esterno.
Umiliata da un altro figlio, un fondamentalista islamico, che la fa sorvegliare da un giovane, affinché non esca dalla sua casa, perché non viva una vita propria.
Yema è un film crudo ed essenziale, in cui i dialoghi sono rari. Quello che colpisce di quest’opera, presentata nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia è la semplicità espressa attraverso la chiarezza delle immagini. Il tempo viene scandito attraverso azioni che si ripetono sempre uguali, attraverso il dolore di una madre svuotata, privata di ciò che aveva di più caro e che, estranea a tutto ciò che le sta intorno, si lascia vivere.
Il non-luogo della campagna algerina è isolato da tutto, la guerra si respira nei discorsi tra il secondo figlio della donna e l’uomo che la sorveglia. E si respira nelle lacrime della madre, costretta a piangere un conflitto che non la riguarda, per un paese che non conosce e per delle ragioni che non le appartengono.
Forse proprio l’essenzialità di questo film è ciò che coinvolge in una completa identificazione con i luoghi raccontati. Ma, allo stesso tempo, si riscontra anche un limite, un impedimento enigmatico per un’ammirazione totale.






