VON TRIER O LA NASCITA DELLA TRAGEDIA
Con l’avviarsi della nuova stagione 2004 il curatore principale del circuito cinema di Venezia, Roberto Ellero non esita a rivelare che le proiezioni al circolo culturale Candiani seguiranno le orme di registi cosiddetti “estremi” , che si possono adorare o detestare per ogni singola opera prodotta. Del resto già da tempo le rassegne monografiche su autori seguono questa scia.
Lars Von Trier appartiene a una sorta di Nouvelle Vague scandinava e del cinema nordico post-moderno (altro nome abbastanza noto, Kaurismaki) la cui presenza qui da noi non è stata ancora pienamente misurata e “rivelata”.
Eterno viaggiatore, ma non alla maniera di Wenders, piuttosto la proposta di un viaggio che i compagni di viaggio possono interpretare, questo è “lo sporgersi” del cinema di Wenders.
Lars Von Trier nasce il 16 aprile 1956 a Copenaghen, e in realtà Von è un prefisso che lui stesso antepone al suo cognome Un tratto dominante della sua infanzia, la mancanza quasi totale di regole, che lo spinge a una sorta di sopravvivenza autoregolantesi, influirà non poco sulla sua poetica cinematografica e sul tipo di slancio con cui ha affrontato la sua “autodisciplina cinematografica”.
Anche in questo campo, infatti, conseguentemente a una bocciatura alla scuola di cinema, egli compie un ‘autopromozione di sé stesso, mai comunque fine a sé stessa, come può sembrare dagli atteggiamenti provocatori con cui si presenta ai festival o in circostanze simili.. A sancire la necessità di precisi atteggiamenti filosofici nelle scelte estetiche e narrative, accompagnano lo sviluppo artistico di Von Trier una serie di manifesti, di cui Dogma 95 è il più rappresentativo, l’ultimo grande gesto in senso “dadaista”, avanguardista, e come sempre, non privo di provocatorietà.
La provocatorietà è intesa da Von Trier piuttosto come la necessità di non ripetere l’aspetto “avanguardista” dell’espressione avanguardista.
Tutta la sua opera è contrassegnata dalla tematica del doppio e dello speculare.
La rassegna del Candiani titolava “La nascita della tragedia” perché esiste una possibile sottile interpretazione secondo cui è tragico il compiersi degli eventi solo in quanto suscita catarsi. Importante è ricordare un possibile legame con ” la poetica di Aristotele e con la necessità della catarsi e con la “singolarità”del gesto tragico. Questo senso della tragedia non è tuttavia privo di vitalismo. Questo vitalismo, non scevro neppure da ironia sui generis(in alcuni tratti di percorso narrativo, ma basti pensare a Dogville) è una delle chiavi interpretative più interessanti, ed è il perno vero della catarsi.
In realtà l’ironia in Von Trier è una delle chiavi narrative presenti e ancora meno comprese, perché, come vediamo nell’analizzare il suo senso della catarsi, la sua è la poetica del volo negato. Un altro elemento che attinge alla struttura classica dell’opera è la struttura triadica, che segue Von Trier fin dagli inizi.
La trilogia più nota, quella con cui si è conclusa la rassegna del Candiani, cioè quella che va da “Le onde del destino” a “Idioti” è “la trilogia del cuore d’oro”. Attualmente sta realizzando la trilogia dell’ America” (Usa-Land of opportunities), di cui conosciamo Dogville. La seconda parte della trilogia, Manderlay, è attualmente in produzione in Danimarca. La rassegna al Candiani si è aperta con “Immagini della liberazione”, primissima opera del regista. A seguire “Europa”, e poi ancora le varie parti de “Il regno” ( manca ancora la realizzazione de Il regno 3). La “trilogia del cuore d’oro” propone l’esistenza del doppio sotto forma di colpa e di espiazione da parte di personaggi, soprattutto figure femminili, solo all’apparenza fragili e sconfitte ma in realtà ben impegnate con un patto, di cui sono molto coscienti, di espiazione, di fronte alla vita e infatti ciò che le distingue non è la solitudine (anche se ovviamente sono in contrasto con una parte del loro mondo ) ma piuttosto la solidarietà. Anche la protagonista di Dogville somiglia particolarmente a Bess de Le onde del destino per la sua apparente follia-fragilità. Le eroine della trilogia del cuore d’oro, è questo il loro imprescindibile vitalismo, sono state la causa anche se involontaria, di una debolezza da intendersi come colpa e si assumono fino alle estreme conseguenze il prezzo dell’espiazione necessaria, che comunque ottiene un rituale beneficio. Questo beneficio è in sostanza la catarsi che si realizza.
Elementi rituali dell’opera di Von Trier sono l’uso delle luci e della musica. Fondamentale è l’importanza dello sguardo, del guardare, del vedere ( da notare anche la metafora degli occhiali rotti in Dancer in the dark ).
Certo, si tratta in qualche modo di una metafora del cinema, ma in realtà vi è un senso ontologico più profondo.
Come per Wenders, il guardare è vicino alla tematica del viaggio e del road.-movie, per Von Trier si tratta di un affinità con il confine tragico tra il mondo dei propri sogni ( di cui lo sguardo narra l’esistenza interiore ) e la direzione dello sguardo nel mondo, il corso del destino, appunto.
In realtà, il percorso di Von Trier evolve sempre di più verso la sottrazione, la ricerca dell’essenza del cinema stesso, per come la intende lui stesso, e la partecipazione totale degli attori e del pubblico. Il secondo Von Trier, quello del digitale e della macchina a spalla, infatti “obbliga” lo sguardo del pubblico .Il film diventa , per intero, una soggettiva del regista. Non solo le inquadrature, ma anche il montaggio volgono completamente a questo tipo di impostazione, e il montaggio diventa uno strumento fondamentale ad arricchire l’improvvisazione.
L’importanza della musica, come dicevamo, aggiunge a queste connotazioni espressive una marca ancora più precisa, per cui il regista chiede la partecipazione agli eventi. Molto esemplificativa, la struttura de “Le onde del destino”, per cui ogni capitolo narrativo, esattamente come in un libro, viene introdotto qui da una canzone e da un titolo indicativo di come si articola il percorso successivo. Per non parlare del fatto che Dancer in The dark è in parte un musical, e i testi delle canzoni sono corpo integrante del film, e quasi come se ne fossero il montaggio, rappresentano il percorso mentale deIla protagonista che, forse, non a caso è la cantante Bijork, attrice non professionista, la cui fatica nell’accostarsi a un ruolo tanto difficile, diventa nota vibrante del personaggio.
Ma, l’uso della musica in Dancer in The dark è fondamentale sottolineatura anche per l’interpretazione data dai curatori della rassegna mestrina e da me accolta in pieno, del valore quasi Nietzschiano della nascita della tragedia per Von Trier , e il valore catartico della musica.
Nella dialettica data dal doppio cioè la presenza di una cosa e il suo contrario, si svolge il senso della tragedia. Il tragico di per sé non esiste ma è la minaccia dell’annientamento a renderlo “attuale”. Gli elementi stilistici che usa Von trier riprendono quelli che aveva usato Aristotele per catalogare la tragedia, all’interno della sua “Poetica” . Particolarmente riconoscibili sono l ‘importanza dello sguardo e della musica.
Nelle prime trilogie, i personaggi sono uomini soli, incompresi, che non sono neppure consapevoli della propria colpa, essendo la colpa “ibris”(dal greco, tracotanza, eccesso ma anche condanna alla propria “egoità”), e perciò il sacrifico viene subito. Questo è l’eroe del 900, un secolo disperato dove non c’è stata redenzione alle catastrofi.La tragedia è disperata perché non serve a nulla. Come abbiamo visto, l’elemento introdotto dopo, della catarsi, definisce la suggestione del preciso senso del tragico che Von Trier arriva ad esprimere.
L’autoannientamento dei personaggi è dunque la chiave narrativa, funzionale al senso del tragico. Come dicevamo, questo senso del tragico è veramente espresso proprio perché si traduce nella minaccia dell’ autoannientamento e nella catarsi. La traiettoria è la dialettica del doppio, l’elemento costitutivo del tragico, non è il tragico in sé, che forse non esiste. Lo ripetiamo per evidenziare dunque in questo anche una forma di ironia, se vogliamo, cioè, porre il dramma come un genere a sé, che riprende canoni classici, ma ridonandoli come un movimento, più che il rapporto statico di una forma o di una essenza con sé stessa.
Fondamentale comunque, per “ritenere” la sua poetica è il già citato Dogma 95, dove ciò che Von Trier afferma, non può essere ripetuto per non perdere la propria essenza. Intendendo definire come Dadà, quello che per definizione non può essere ripetuto, per non perdere lo scandalo suscitato dall’opera d’avanguardia.
Il percorso artistico di Lars si è snodato in 11 film realizzati integralmente , e profondamente differenti nella genesi e nel risultato. Tiene comunque a sottolineare, in Dogma 95, che nei titoli non dovrebbe comparire il nome del regista perché riconoscibile dall’opera stessa. Il festival di Cannes ha nominato ufficialmente tutti i suoi lungometraggi, che sono stati premiati con sette premi, tra cui più notevoli il gran premio della giuria per Le onde del destino (Emily Watson ebbe anche una nomination all’oscar) e la palma d’oro per Dancer in the dark. Ma anche i suoi lavori per la tv hanno vinto numerosi premi internazionali.
Una svolta importante infatti, delle sue cifre stilistiche che vogliamo identificare , è avvenuta quando, nel 94, la tv danese gli ha proposto la collaborazione per una serie televisiva, collaborazione che ha accettato per necessità. I budget limitati e i diversi tempi di produzione hanno costretto dunque Von Trier a cambiare il suo modo di fare cinema. Comincia a provare nuove tecniche, primo fra tutti il digitale. L’abbandono dello storyboard lo congiunge ad un amore per l’improvvisazione che porta, fra l’altro, alle famose inquadrature “spigolose” e “destabilizzanti” , per un pubblico non abituato, fatte di macchina a mano e di una insondabile capacità di espressionismo vivido e a volte drammatico nel seguire gesti e umori dei personaggi, che ci sono ben note anche in “Dancer in the dark”. Per girare Il regno chiederà agli attori di girare le stese scene con intenzioni diverse, numerose volte. Questo artificio crea quella sensazione di estraneità tipica de Il regno.
Assolutamente significativo è il lavoro “Le 5 variazioni” realizzato insieme a Jorgen Leth, molto noto tra i registi di documentari, sia in Danimarca che all’estero ( molti suoi film sono stati distribuiti in tutto il mondo). Ne esiste la traccia di un concepimento in una corrispondenza del 2000, dove Von Trier chiede di partire dal film documentario del 1967 di Leth, “L’uomo perfetto” a condizione di ripensarne storia e personaggi. L’impronta di partenza è senz’altro quella di Leth, ma le caratteristiche stilistiche di sviluppo sono più quelle di Lars. Il risultato è stato, come sempre, una sfida ai modi convenzionali della regia e del documentario. Entrambi i registi sono attratti dall’analisi della regìa, per arrivare però alla semplicità dell’immagine e del suono. L’idea , realizzare 5 piccoli film a partire dallo stesso soggetto, ogni volta modificato, sulla base di regole poste durante il processo di sviluppo dell’idea , come ha detto Leth, è stato un gioco, ma non innocente. In effetti lo sperimentalismo, il potenziale espressivo di Von Trier nel misurarsi con la sue tematiche esistenzialiste, non è mai scevro da crudeltà, ma la crudeltà è un modo di essere del vitalismo di cui parlavamo. Il binomio colpa-espiazione di cui dicevamo è parte di una visione che riconosce la crudeltà delle vicende umane, come un teatro della crudeltà Arthaudiano.
La teatralità, lo abbiamo visto, è più che altro l’adozione di un canone classico di dialogo con il pubblico. Naturalmente lo stesso Aristotele, nello scrivere le sue regole, non poteva certo pensare al cinema.
Il suo progetto artistico è da ritenersi tale dato che dopo aver fondato la Zentropa, la sua “ipotesi produttiva”, perviene a un progetto più globale realizzato nel 99 in una sorta di Città del cinema, nella periferia di Copenaghen, un luogo straordinario a detta di chi lo ha visitato. Una vera città del film , piccoli edifici raggruppati. La genialità produttiva di Von Trier , che passa per la democratizzazione del cinema che usa il digitale, porta ad ottenere fondi e finanziamenti necessari per i film (vi si realizzano anche film pornografici, non esistono limiti alla concezione democratica di Von Trier ), si tratta dunque di un progetto artistico che ha avuto piena realizzazione. Nel futuro prossimo, nel 2006,una dimensione ulteriore si aggiungerà alla poliedrica genialità del regista. Dirigerà al Bayreuth Festspiele in Germania “L’anello dei Nibelunghi” di Wagner. La produzione dell’opera è già cominciata, insieme con un lungometraggio documentario sul progetto che durerà quattro anni.
I livelli critici di lettura dell’opera di Von Trier sono stati i più disparati . Indubbiamente c’è un livello basso, quello che corrisponde alla lettura basilare dell’ordito narrativo. Ma c’è, negli intenti del regista anche, la riflessione sul cinema, sul senso della morte, l’amore, Dio, il senso dell’uomo stesso. Se il pubblico lo recepisce come tale, il film, Von trier vorrebbe lasciare al pubblico la possibilità la possibilità di viverlo “come un fatto religioso”. La rappresentazione della tragedia fa parte anche di questo vissuto possibile. In ogni caso il coinvolgimento del pubblico rappresenta una nota connotativa importante del suo modo di intendere il cinema, e importante è anche ricordare come nel teatro antico la tragedia e la catarsi erano intese come tali proprio perché si ripercuotevano sul pubblico.
In definitiva per dipingere con un semicerchio, quasi , quelli che sono gli intenti in cui si riassumono gli aspetti più dinamici, narrativi e stilistici, del cinema di Von Trier , possiamo dire che egli mira all’esperienza totale e totalizzante dello spettatore, che viene risucchiato nella vita dello schermo e dei personaggi.
Come Bess vorremmo dire a chi ancora non conosce i film di Von Trier che l’amore è anche merito e purificazione di tutto. Forse per questo vi è un aspetto davvero religioso in queste eroine femminili, evidenziato dai dialoghi di Bess con il crocefisso.
E’ senz’altro impossibile immaginare l’esperienza del volo, senza aver provato fino in fondo la terribile esperienza del volo negato. Forse il migliore dei voli è la catarsi di un volo negato prima…
“Lars von Trier allo specchio,
ovvero sulla rinascita della tragedia” – Videoteca di Mestre, Centro Culturale Candiani; Mestre, piazzale Candiani; telefono 0412386111 – dal 9 al 29 gennaio 2004