Venezia 69. Orizzonti
Le stazioni di servizio, come tutti i non-luoghi (centri commerciali, aeroporti, stazioni ferroviarie) sono posti senza tempo e senza storia e che sembrano rendere tali anche le persone che li vivono quotidianamente. Lavorarci significa essere testimoni di innumerevoli viaggi senza però mai muoversi, essere bloccati in una specie di “zona del crepuscolo”. Questa è la situazione per Zehra e Olgun, le cui vite ruotano intorno alle cucine e ai tavoli di una delle più grandi stazioni di servizio della Turchia. Li accomuna una voglia di andarsene, di trovare una vita migliore via da lì, desiderio che Olgun vuole realizzare partecipando ad un gioco a premi e che Zehra sembra nemmeno provare a mettere in pratica, limitandosi a piangere quando nessuno la vede. A turbare questi stanchi equilibri arriva un camionista che seduce Zehra e la mette incinta, scatenando le gelosie di Olgun.
Ciò che la regista Ustaoğlu ha voluto raccontare, dice, sono le classi disagiate, il dramma della povertà e il desiderio di fuga da delle vite senza speranza. Il risultato, però, è un film piatto e che sembra non comunicare nessuna delle inquietudini, o presunte tali, che i due protagonisti dovrebbero provare.
I momenti di vita familiare, che in teoria sono il motore principe che spinge i ragazzi alla fuga, rivelano mondi banali piuttosto che drammatici: ma d’altro canto, come ci insegna Superstar, non siamo tutti banali? Ognuno probabilmente sogna una vita di successi e divertimenti continui, ma alla fine si è tutti costretti a fare i conti con un lavoro, che può non piacere; con dei genitori, che sicuramente non sono perfetti; con delle relazioni, che a volte non portano a nulla e si trascinano per inerzia. Gli universi di Zehra e Olgun non sono diversi da quelli visti n molti altri film e letti in molti altri libri: Zehra vive con i genitori, religiosi ma non eccessivamente, e con cui ha un buon rapporto; Olgun deve fare i conti con un padre assente e incline al bere e una madre rassegnata, la quale peraltro sarà l’unica a dimostrare quello spirito di iniziativa che ai ragazzi manca.
Per questo motivo i simil-tentativi dei due protagonisti di riscattarsi da delle vite nulla più che mediocri, una con l’amore, l’altro con il denaro, risultano futili e fallimentari. Mancano della vera passione che spinge al riscatto, passione che viene rimpiazzata da un’apatia di fondo da cui nessuno dei due sembra liberarsi fino alla fine.
La storia d’amore che Zehra intesse col camionista, di cui non si conosce nemmeno il nome, è fatta di silenzi e pedinamenti in camion, che vorrebbero essere intensi e poetici ma risultano più che altro inquietanti. Evitando qualsiasi commento su una scena di aborto spontaneo in diretta, non fastidiosa di per sè (a patto che piaccia un po’ di gore), ma del tutto fuori contesto, si giunge a un finale che vuole parlare di maturazione ma che invece sa più di rassegnazione e adattamento, certo non di ribellione, in un’opera che complessivamente è priva di un qualsiasi guizzo di vitalità, sia a livello narrativo che a livello registico.
Titolo originale: Araf
Nazione: Turchia, Francia, Germania
Anno: 2012
Genere: Drammatico
Durata: 124’
Regia: Yeşim Ustaoğlu
Cast: Neslihan Atagül, Barış Hacıhan, Özcan Deniz, Nihal Yalçın
Data di uscita: Venezia 2012






